Imminenti riprese per “Light up The House !”; qualche nota su Faraday, Turner e Coleridge

Cari tutti e tutte,

dopo il debutto del nuovo lavoro “The Haber_Immerwahr File” eccoci a riprendere lo spettacolo dedicato al visionario autore dell’idea di campo elettromagnetico.  Stiamo parlando di Michael Faraday, naturalmente, che sarà il protagonista delle prossime due settimane di turneé del progetto ‘Giganti Fragili’.

Faradays-shadowInizieremo sabato 27 febbraio all’Auditorium Celesti di Desenzano del Garda (BS) per gli studenti del Liceo Bagatta, per proseguire poi con una doppia recita al Classico Canova di Treviso (1 marzo 2016).  Il 3 marzo “Light Up The House !” sarà invece al Liceo XXV Aprile di Portogruaro (VE) e, la settimana successiva, l’8 marzo, allo Scientifico “Mattei” di Latisana (UD)” finendo questa sequenza di appuntamenti l’11 marzo 2016 al Liceo da Vinci di Arzignano (VI).

E’ l’occasione per segnalarvi un post sullo spettacolo che è comparso in dicembre sul Blog online della Fondazione Marconi di Bologna (tenuto da Mario Giorgi, che ringraziamo per avere segnalato ai suoi lettori l’esistenza del nostro “Light Up The House !”) e, soprattutto, per meditare un istante, dopo le recite di inizio gennaio a Vignola (MO), sull’immagine inedita di Faraday che traspare dal nostro spettacolo.  

In pochi, tra cui il suo primo biografo John Tyndall, ricordano oggi che Faraday non fu solo uno scienziato sperimentale, ma anche un ardito fabbricatore di audaci congetture fisiche che non appoggiava sulla matematica (viste le sue umili origini non potè formarsi in quella direzione), quanto piuttosto sulla propria immaginazione visiva.  Immaginazione che gli fece sentire, più che prevedere in base a una compiuta teorizzazione fisico-matematica, che le forze elettriche e magnetiche necessitavano di un mezzo per poter esercitare la propria azione.  Una sensibilità di taglio romantico che aveva nella fede nell’unità del mondo e della Natura il suo orizzonte ultimo.  Sensibilità da filosofo e da poeta la sua, che lo portò, alla fine di un lungo percorso di astrazione, a proporre l’idea di ‘campo’ quale premessa di tutte le interazioni elettromagnetiche.  Il ‘campo’; un concetto fisico che fu per lui puro e trascendentale e che nemmeno Maxwell, che lo descrisse matematicamente, seppe tener distinto dall’Etere.  A testimonianza del coraggio antiaccademico di Michael e della sua lungimirante intelligenza, visto che i fenomeni elettromagnetici, lo si sarebbe capito solo dopo l’esperimento di Michelson e Morley del 1887 (cioè quarant’anni dopo lo scritto di Faraday “Thoughts on ray vibrations” del 1846 …), non necessitano di alcun Etere per prodursi !

Capacità di guardare il mondo con occhi liberi da preconcetti e afflato autentico per la Natura come terzo elemento del triangolo romantico che ha nell’Uomo e nello Spirito (Dio, per Faraday, che era supercredente …) gli altri suoi due vertici : questi i segreti della ‘fantasia’ di Faraday e della sua scienza.   Per indagarli un po’ meglio proseguiamo sotto, per chi ne ha voglia, parlando di Samuel Taylor Coleridge, il veicolo, attraverso Sir Humphry Davy, delle idee romantiche che giunsero a Faraday e di William Turner, il pittore della luce, che può essere preso ad analogo, in pittura, della sensibilità visiva di Michael Faraday.  Fino al punto che James Hamilton, massimo esperto vivente del pittore inglese, ha sentito l’esigenza di scrivere, nel 2002, una biografia di Faraday !

Faraday e Coleridge

Il legame di Faraday con Coleridge passa attraverso Humphry Davy (1778-1829), grande chimico e suo maestro. Fu Davy ad assumerlo come tecnico di laboratorio alla Royal Institution nel 1813, facendone il suo assistente. Davy era uomo di enorme successo, oratore brillante e trascinatore; le sue conferenze erano seguitissime.   Scopritore, a vent’anni, alla Pneumatic Institution di Bristol, del protossido di azoto o “gas esilarante”, lo sperimentò su sé stesso e sui propri amici, tra i quali c’era anche Samuel Taylor Coleridge, che ebbe a dire in proposito che gli aveva provocato “more unmingled pleasure than I had ever before experienced.”
Davy e Coleridge, a Bristol, facevano parte di un circolo di chimici, poeti e politici radicali che gravitava attorno alla figura del pionieristico medico, fisico e scrittore Thomas Beddoes, che della Pneumatic Institution (creata con l’obiettivo di studiare su pazienti incurabili, soprattutto paralizzati, gli effetti medici dei nuovi gas, scoperti da Joseph Priestly) era stato il fondatore. Beddoes può essere considerato uno dei primi adepti di ciò che viene definita “scienza romantica”, cioè quella tendenza, nata a cavallo del XVIII e XIX secolo, a guardare alla scienza e ai suoi esperimenti con un atteggiamento visionario che si pone in parallelo all’atteggiamento dei contemporanei poeti.  Chi la praticava credeva che attraverso l’esplorazione degli elementi, delle qualità del calore o dei misteri delle forze elettriche, si sarebbe giunti a modificare anche l’uomo, e alla creazione di una società più equa e libera.
La stima di Coleridge per Davy rimase invariata negli anni.
Nel 1802 Coleridge seguì un intero corso di lezioni di Davy alla Royal Institution e prese una sessantina di pagine di appunti: “I attended Davy’s lectures to renew my stock of metaphors.”
Dichiarò anche che se Davy non fosse stato il più importante chimico della sua epoca, ne sarebbe certamente stato il più importante poeta:
“Vi è un’energia, un’elasticità nella sua mente, che gli permette di analizzare perfettamente ogni problema, fino a spremerne ogni intimo particolare. Qualsiasi oggetto di studio, nella mente di Davy, viene pervaso da un principio vitale.  I pensieri più vividi gli spuntano come l’erba sotto i piedi”
A gennaio del 1818 uscì il primo volume della Encyclopaedia Metropolitana che includeva il “Trattato sul metodo” di Coleridge, che si potrebbe considerare come la sua risposta filosofica alla ricerca scientifica di Davy e uno scritto pionieristico di filosofia della scienza.
Gli scambi intellettuali tra Coleridge e Davy si estendono nel tempo e furono proficui per entrambi, influenzando le reciproche produzioni.
Coleridge era stato in Germania tra il 1798 e il 1799 ed era tornato infervorato dalle idee romantiche, soprattutto dalla filosofia della natura di Schelling. Ne aveva discusso lungamente con l’amico e non a caso il lessico scientifico di Davy, a partire dai primi anni dell’800, si modificò: egli cominciò a parlare non più di “fluidi imponderabili”, ma di “energie”, “potenze” e “agenti”.
Davy aderì alla teoria dinamica della materia, i cui presupposti si fondavano sul principio della semplicità e dell’unitarietà dei suoi costituenti ultimi. Sulla scorta del proprio maestro e mèntore, anche Faraday avrebbe adottato questa impostazione filosofica, fondando su di essa la propria ricerca.
Coleridge, ormai sessantenne e minato nella salute dall’abuso di oppio, era presente alla prima presentazione pubblica delle “Leggi della scomposizione elettrochimica” che Faraday effettuò in occasione del terzo convegno della British Association , nel 1833.    In proposito ebbe a scrivere: “I was exceedingly pleased with Faraday, he seemed to me to have the true temperament of Genius – that carrying on of the spring and freshness of youthful nay boyish, feelings, into the mature strenght of manhood”; le stesse parole che avrebbe potuto usare per Davy.    Fu proprio in quell’occasione che l’anziano poeta diffidò i presenti dall’ utilizzare, per definire il proprio lavoro, l’espressione “natural philosoper”; espressione che William Whewell propose seduta stante di sostituire con la parola “scientist”.    Coleridge, fatta eccezione per Faraday, vedeva nella tendenza alla tecnica e alla specializzazione che si stava profilando nel mondo scientifico, un tradimento dell’aspirazione romantica all’unione di scienza, letteratura e arte, parti inestricabili di un principio creativo che avvolgeva l’universo.   Ovviamente il suo sguardo su Faraday era molto parziale; gli sfuggivano quei particolari che, al contrario, rendevano Faraday una perfetta incarnazione dello “scientist” contemporaneo.   Egli si può infatti definire una figura-cerniera tra il filosofo naturale romantico e il più moderno scienziato, presentando caratteristiche dell’uno e dell’altro.

Turner e Faraday

J. M. W. Turner, Snow Storm-Steam Boat off a Harbour’s Mouth, exhibited 1842, oil on canvas. TATE GALLERY, LONDON

Prima di tutto si può dire che Faraday e Turner, più anziano di una quindicina di anni, condividono alcuni aspetti della rispettiva formazione: entrambi di umili origini, entrambi estremamente dotati, si trovarono al posto giusto al momento giusto.   Entrambi acquisirono le loro prime conoscenze in modo informale, Faraday nella libreria di Riebau, dove lavorava come apprendista, Turner nel negozio di barbiere del padre, a Covent Garden, dove i clienti potevano ammirare i suoi acquerelli.   Entrambi nutrivano una fortissima passione e curiosità per fenomeni naturali quali le tempeste, le valanghe, i tramonti… tipica della sensibilità romantica. Turner in particolare spingeva il proprio bisogno di osservazione diretta ad estremi quale quello di farsi legare al pennone della nave Ariel durante una tremenda bufera per cogliere i particolari che poi lo avrebbero portato a dipingere “Snow storm. Steam-Boat off a Harbour’s Mouth ”, presentato nel 1842.   Ecco cosa scrisse al riguardo:
“I wished to show what such a scene was like, I got the sailors to lash me to the mast to observe it, I was lashed for four hours, and I did not expect to escape, but I felt bound to record it if I did.”
Così troviamo Faraday incollato alla finestra mentre guarda rapito lo scatenarsi di un forte temporale, lo vediamo, sulle Alpi, nel luogo in cui vi è stata una valanga, annotare sul proprio diario:
“ … the courses of the torrents or avalanches here are marked by very striking appearances; a long line of pines swept down and broken or splintered in every possible way, but all in one direction, give sufficient information of the power. In some places the upturned pines have line so long that they are rotten throughout. There are stones, too, large and small, which formed part of the destroying storm. Returning to George (Barnard, suo cognato e pittore) I found him hard at work in the course of an avalanche, and I took a seat behind him for a while, using for that purpose both a pine and a stone which had overturned it. Heard a good deal of murmuring thundering noise, but whether of thunder or avalanche in the distance, or waterfalls, could not tell.”
E tornando, in altra occasione, sul suono provocato dalle valanghe:
“… the sound of these avalanches is exceedingly fine and solemn. It is the sound of thunder known to be caused by a fall of terrestrial matter, and conveys the idea of irresistible force. To the sight the avalanche is at this distance not terrible but beautiful. Rarely is it seen at the commencement, but the ear tells first of something strange happening, and then looking, the eye sees a falling cloud of snow, or else what was a moment before a cataract of water changed into a tumultuous and heavily waving rush of snow, ice and fluid, which, as it descends through the air, looks like water thickened, but as it runs over the inclined surfaces of the heaps below, moves heavily like paste, stopping and going as the mass behind accumulates or is dispersed.”
Nei suoi diari spesso lo si legge uscire, al tramonto, assieme alla moglie Sarah, per godere dei vividi colori del cielo che lentamente sfumano nel grigio scuro della notte.

Faraday è un visivo, alcune sue descrizioni di paesaggio potrebbero essere quelle di un pittore:
“a beautiful series of tints from the base to the summit, according to the proportion of light on the different parts. At one time the summit was beautifully bathed in golden light, whilst the middle part was quite blue, and the snow of its peculiar blue-green in the rifts.”
Oppure
“Soil bright red – the effect of distance in modifying the colour is very curious and striking. The surface of the soil which when at hand appears of a dull but strong red colour takes the appearance of carmine as it recedes from the eye, and has a very fine tone of colour thrown over it – the effect was so strong as to make me doubt that the spot I had seen in the distance was the same I had come up to.”
Sia Faraday che Turner registravano con estrema attenzione ogni dettaglio, come ad esempio le forme che assume la sabbia modellata dall’acqua e dal vento.   Turner se ne serviva per dipingere quadri come “The new moon”, Faraday per capire la direzione e la potenza del vento:
“remarked a peculiar series of ridges produced by action of steady strong wind on water on sandy shore. Wherever the sand was covered by a layer of water too thin to form waves before the wind, yet flowing over the surface as where it was oozing out from above, slight ridges were formed parallel to the direction of the wind. These would be two, three, four or more inches long and were continually reciprocating, ie. Ascending and descending in succession… they were not high, but high enough to arrange the sand beneath, which was left lined in this way parallel to the wind’s course over very extensive flats… They are small and require careful looking for, but being once seen they are easily found again. They may serve to indicate how the wind has been during a night, etc., for they are perfectly parallel to its course.”

J.M.W. Turner – The New Moon; or, ‘I’ve lost My Boat, You shan’t have Your Hoop’ exhibited 1840 – TATE GALLERY, LONDON

Queste similarità nell’attenzione che entrambi rivolgono ai fenomeni naturali, la fascinazione per le forze, l’indagine minuziosa, spingono a mettere in parallelo i risultati del loro lavoro e a scorgervi delle omologie.   Come per Faraday lo spazio che divide i corpi smette di essere un semplice spazio geometrico (come nella fisica matematica francese delle prime decadi dell’800 e, in seguito, in quella tedesca dei Neumann e dei Weber) e diventa oggetto di ricerca per indagare come esso permetta di trasmettere le forze, così nei quadri di Turner non vi è soluzione di continuità tra l’oggetto e ciò che lo circonda.  Come l’atomo dell’abate dalmata Ruggero Boscovich (assunto da Faraday come suo modello ‘eretico’ di atomo in alternativa all’atomo-pallina di Dalton), è un centro inesteso attorno al quale si esercitano delle forze, allo stesso modo nei quadri di Turner sono grumi di colore e addensamenti cromatici a segnalarci, dall’esterno verso l’interno, la presenza dei corpi e delle forme.   Senza esagerare si potrebbero considerare le opere del Turner più tardo come visualizzazioni artistiche dello sguardo che Faraday gettava sul mondo.
Detto ciò è necessario anche ricordare che i due grandi uomini si conobbero: Faraday gli diede dei consigli per creare colori e assieme discussero sulla resa pittorica delle tempeste in mare e sulla terra. Nutrivano entrambi un insaziabile interesse per la luce del sole e i suoi effetti (le ultime parole di Turner furono “The Sun is God”). Del resto Faraday aveva sempre, in qualche modo, frequentato il mondo dell’arte: da ragazzo, nella libreria di Ribeau, aveva imparato la prospettiva grazie al pittore John (Jean-Jacques) Masquerier e all’architetto George Dance, si era poi dedicato con grande interesse allo sviluppo della litografia, che permetteva riproduzioni ad un costo accessibile quindi alla portata un po’ di tutti, lui stesso si dilettò con gli acquerelli ed ebbe amicizie fra pittori e amanti dell’arte, non ultima Ms. Harriet Jane Carrick Moore, che immortalò il suo laboratorio.
Come e quando Faraday incontrò Turner? Non si sa di preciso, ma Turner era molto intimo della famiglia Carrick Moore e loro abituale ospite ed è possibile che l’incontro sia avvenuto per loro tramite. D’altronde questa famiglia intratteneva rapporti con gran parte del mondo intellettuale della Londra del tempo; il fratello di Harriet, il geologo John Carrick Moore, fu eletto membro della Royal Institution, alle cui dipendenze lavorava Faraday, nel 1836 e quindi si conoscevano più o meno da allora.

Grazie a chi ci ha seguiti fin qui 🙂

Le Signorine