ALFRED WEGENER – Fine tra i ghiacci (2011)

La capacità di essere trasversali è una delle qualità più significative dei grandi innovatori, nella scienza come in ogni attività creativa.   Else-Koppen-Alfred-Wegener-1913

Alfred Wegener (1880 – 1930) fu un brillante metereologo che allargò i propri orizzonti teorici alla paleoclimatologia, alla geofisica e alla geologia, diventando il primo a prendersi la responsabilità – e il rischio – di stendere un lavoro completo che fosse capace di sostenere degnamente l’idea, peraltro non nuova, della ‘deriva’ o ‘spostamento’dei continenti’.

Della suggestione che gli provocavano i lineamenti costieri dell’Africa Occidentale e dell’America del Sud, evidentemente disegnati per comporsi assieme come i lembi di un foglio di giornale strappato, Wegener parlò per la prima volta nel 1910, in una lettera alla fidanzata Else (li vediamo accanto in foto, subito dopo le nozze, ad Amburgo, nel 1913), arrivando ad esprimere in forma ordinata la sua proposta durante una conferenza pubblica tenuta a Francoforte il 6 gennaio 1912.   Tuttavia, quando nel 1915 pubblicò “Sull’origine dei Continenti e degli Oceani”, quella che viene chiamata comunemente ‘Teoria della Deriva dei Continenti’ aveva ancora il carattere di un’ipotesi geofisica sorretta da prove geologiche.

Solo gradualmente Wegener comprese che, se voleva realmente suscitare un dibattito, doveva puntare più in alto.   Sebbene non fosse un geologo di professione, si mise perciò a studiare la materia con tenacia e già nel 1922, la nuova edizione del suo libro consisteva in una trattazione multidisciplinare che, alla luce dell’idea della Deriva, prendeva in esame una grande quantità di prove tratte dagli ambiti più diversi: geodesia, geologia, paleontologia, paleoclimatologia, e geofisica.

Nel 1924, Alfred riuscì ad avere una cattedra universitaria a Graz, in Austria e poteva essere certo di essersi davvero messo in gioco, di avere fatto un ottimo lavoro.  Ma nonostante gli sforzi, non era ancora in grado di definire le forze responsabili dello spostamento delle piattaforme continentali.  Probabilmente sperava, vedendo uscire la traduzione inglese della sua fatica, che questo promuovesse nella comunità scientifica un serio confronto non solo sul ‘mobilismo’, ma sull’opportunità di rivedere, alla luce del modello interdisciplinare che aveva proposto, l’intero modo di procedere delle scienze della Terra.   Le cose, tuttavia, non andarono così; sull’onda delle aspre critiche dei geologi americani, anche i colleghi europei cominciarono a guardare con sempre maggiore diffidenza al tentativo di Alfred e nei congressi di Londra (1924) e New York (1926) l’ago della bilancia si spostò decisamente a sfavore del coraggioso scienziato tedesco.

Anche se non uscì definitivamente dal dibattito interno alle scienze della Terra, la Teoria della Deriva dei Continenti rimase per diversi decenni (almeno fino ai lavori di Harry Hess nei tardi anni ’50, quando la tettonica delle placche cominciò a prendere forma per annientare rapidamente il paradigma permanentista) la congettura suggestiva di uno scienziato certamente dotato, ma purtroppo incapace di fornire prove decisive.

Alfred-Wegener-1930Vedendo con chiarezza che difendere la Teoria avrebbe significato rinunciare ad ogni altra aspirazione scientifica e vivere, di fatto, in trincea, Alfred concluse saggiamente che la proposta contenuta ne ‘Sull’origine dei Continenti e degli Oceani’ poteva ormai considerarsi autosufficiente e che egli non aveva l’intenzione di aspettare il Newton che avrebbe messo a posto ogni cosa e dato a ciascuno il suo.

Con la proposta di ammettere un principio forte, cioè “i Continenti non sono fissi, ma possono muoversi”, per poi mettere in opera adeguati progetti di ricerca in grado di verificare le previsioni fatte alla luce di quel principio, Wegener aveva creato le basi di una moderna scienza sperimentale e non poteva certo ritenersi responsabile per il fatto che la geologia mondiale era un repertorio di eccezioni.

La gran parte dei geologi del suo tempo, al di là e al di qua dell’Atlantico, si erano infatti costruiti fior di carriere estrapolando per induzione leggi e modelli generali dall’osservazione sul campo di fenomeni del tutto semplici, che potevano essere il comportamento delle tali formazioni rocciose, del singolo vulcano, di quei particolari ripiegamenti, di quell’accumulo di sedimenti.

Così, dopo aver misurato la distanza fra ciò che c’era e ciò che gli sembrava necessario, Wegener decise che la cosa migliore da fare per lui era aprire altre strade, magari in un campo affatto diverso, così da mostrare che il solo modo per ottenere risultati duraturi era stringere d’assedio le cose con spregiudicatezza, creatività e libertà di giudizio.

A questa sua risoluzione diede una tangibilità fisica, quasi si trattasse di richiamare il mondo della Scienza sul suo polemico silenzio.   Nel 1928 gli capitò di poter riprendere in mano un progetto che per lungo tempo aveva dovuto accantonare: dare una descrizione generale del clima della Groenlandia.   La proposta di condurre la prima spedizione tedesca nella terra più misteriosa e inesplorata dell’emisfero Nord gli giunse da Gottinga e Wegener la colse al volo, abbandonando prontamente l’insegnamento a Graz per mettersi alla testa della missione.

La storia dell’esplorazione polare ci dice che quella decisione gli fu fatale e che morì, probabilmente di infarto, durante una sfortunata missione di approvvigionamento nel ghiacciaio continentale groenlandese, attorno alla metà di novembre del 1930.   Tuttavia è raro che ci si soffermi sulla cronaca di un’avventura che coinvolse molti altri scienziati, reclutati da Wegener nell’impresa di raccogliere dati metereologici per un intero anno solare in uno dei luoghi più inospitali del mondo.

Alfred-Wegener-Greenland-1930Seguendo scrupolosamente le linee di ricerca indicate a suo tempo da Carl Weyprecht nell’inaugurare l’idea degli Anni Polari Internazionali (ricordiamo che il Quarto Anno Polare Internazionale 2007-2009, dopo quelli del 1882, 1932 e 1957, si conclude proprio in questo 2010), Wegener mise in piedi la missione scientifica più ambiziosa mai realizzata nell’artico, una specie di prova generale del Secondo Anno Polare in cui vennero messe alla prova dei ghiacci eterni tecnologie nuove come motoslitte e sismografi o avviate pionieristiche esperienze di rilevamento glaciologico per molto tempo rimaste uniche.   Lungi dall’essere un neofita,Wegener partì per quella spedizione interpretandola come l’ultima sfida di un grande esploratore polare, di un atleta della meteorologia che si era fatto le ossa in Groenlandia con le spedizioni danesi del 1906 e del 1912, anch’esse piene di avvenimenti rocamboleschi e durante le quali si era salvato almeno una volta da morte sicura grazie al suo sangue freddo e alle sue doti di sciatore.

Questo nostro spettacolo “Alfred Wegener – Fine tra i ghiacci” vuole così modestamente colmare l’alone di mistero dietro la morte dello scienziato tedesco e insieme descrivere una pagina epica scritta dalla scienza in quelle lande estreme, per certi versi simili a un pianeta sconosciuto.

Immaginando di trovarsi alla vigilia della missione di recupero che riporterà in patria – in questo caso la Germania del 1931 – gli esausti partecipanti alla spedizione, i due attori che narrano dal vivo la vicenda si caleranno nei panni di Frau Kruse (Barbara Bonora), della Cineteca di Stato di Berlino, e di Herr Oswald (Gabriele Argazzi), dell’Ammiragliato della Marina Tedesca, impegnati nel compito di aggiornare il pubblico presente in sala (al quale viene assegnato il ruolo di una platea di studenti della Scuola di Meteorologia dell’Osservatorio Marino di Amburgo) sui dettagli e le tappe di un’impresa avventurosa, conclusasi, purtoppo, con la morte tragica del suo ideatore.

Attraverso il racconto della missione, realizzato mostrandone i filmati originali, incontreremo i suoi protagonisti (Ernst Sorge, Johannes Georgi, Fritz Loewe e il coraggioso Rasmus Villumsen, che seguì Wegener anche nella morte) e viaggeremo nelle idee più rivoluzionarie del grande scienziato tedesco (mostrato durante le sue sedute di allenamento fisico grazie alla collaborazione in video dello scrittore e podista Saverio Fattori) attraverso la memoria talvolta dolente e talvolta stralunata dell’amata moglie Else Koppen, interpretata da Uliana Cevenini.

A questo indirizzo sono a disposizione i materiali di approfondimento.

Le Signorine