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CHI HA PAURA DI CECILIA PAYNE ? (2019)

“CHI HA PAURA DI CECILIA PAYNE ?” è un dialogo teatrale per attore e attrice.

Elaborato a partire da “The Dyer’s Hand”, l’autobiografia (mai pubblicata in italiano) scritta dall’astronoma e astrofisica americana Cecilia Payne, CHI HA PAURA DI CECILIA PAYNE ?” ha la forma di una riflessione ad alta voce da parte di una Cecilia ormai matura – interpretata da Barbara Bonora – favorita dall’interlocuzione con un narratore dialogante.  L’attore che interpreta il secondo personaggio – Gabriele Argazzi – preleva dalla biografia della scienziata alcuni temi e fa osservazioni talvolta sibilline, che la spingono a parlare della sua educazione in Inghilterra, di scelte come quella che la portò a non rivendicare, nella tesi di dottorato del 1925, la correttezza dei suoi calcoli sull’abbondanza relativa degli elementi nelle atmosfere stellari (cosa che visse come un tradimento e una indelebile vergogna …), del suo essere donna in una ricerca tutta al maschile, dei rapporti con figure di astronomi come Arthut Eddington, Henry Russell e, soprattutto, Harlow Shapley.

Qualche notizia in più:

La ventiduenne Cecilia Payne (1900-1979) ha appena terminato gli studi a Cambridge.  Scienze naturali, ma con tanta astronomia e l’ “amata fisica”.  Amata anche quando le tocca di sentire Ernest Rutherford attaccare le lezioni col suo «Signore … e Signori»; tra le risa degli studenti maschi, visto che Cecilia è la sola ragazza.  Tra l’altro quella che ha in mano non è neppure una vera laurea; solo col 1948 le donne potranno laurearsi a Cambridge.  Fare ricerca ?  Un miraggio.  Cecilia sa di dover andare altrove e una conferenza del Direttore dello Harvard College Observatory, Harlow Shapley, la convince a giocarsi la carta del dottorato negli States.  Lavora sodo per mettere insieme diverse borse di studio e, alla fine del 1923, parte per l’America.  Per il sogno di diventare un’astronoma.

L’Osservatorio di Harvard è la culla dell’astrofisica.  A partire circa dal 1885, Edward Pickering, che ha preceduto Shapley come Direttore, ha usato i fondi della facoltosa astrofila Mrs Draper per avviare una campagna volta a fotografare in modo sistematico la volta celeste dei due emisferi mediante potenti telescopi muniti di ‘prisma obiettivo’.  A migliaia, a decine di migliaia, si accumulano quelle lastre quadrate di una dozzina di pollici di lato, con su impresse sottili strisce di pochi centimetri: gli spettri stellari.  In essi uno spettro continuo – la registrazione della radiazione luminosa che arriva a noi dal nucleo incandescente della stella, scomposta nelle frequenze che la compongono – ospita linee scure verticali, effetto dell’assorbimento selettivo, da parte dei diversi elementi di cui è fatta la rarefatta atmosfera stellare, dell’energia associata ai fotoni che quella stessa atmosfera attraversano.

L’obiettivo è classificare le stelle in base agli spettri e farne un grande catalogo.  Un’impresa che Pickering intraprende arruolando giovani donne. Alcune laureate; tutte brave nei calcoli.  Lavoratrici instancabili sotto il pugno di ferro del ‘capo’.  Nel gruppo dell’harem di Pickering – come lo definiscono i maligni – spiccano Antonia Maury, che per prima nota le ‘strane’ linee spettrali poi attribuite all’elio, Henrietta Leavitt, che aprirà la via per calcolare le dimensioni dell’universo, e Annie Jump Cannon, che troverà l’agognato schema per sistemare quel vaso di Pandora di 250.000 spettri stellari nel “Catalogo Draper”.  La nota tassonomia riassunta nello scherzo Oh Be A Fine Girl Kiss Me

Cecilia, avvezza alle scuole femminili inglesi (il cui scopo è plasmare ragazze che stiano al loro posto) e al clima paludoso di Cambridge viene «inebriata» dalla libertà che si respira nel New England.  Si aggrega al gruppo delle computers con entusiasmo giovanile, sicura di poter dare alla classificazione Draper una base fisica.  Diversamente da quelle donne, lei conosce la teoria atomica di Bohr e quella della ionizzazione di Saha, compresi i contributi più recenti di Fowler e Milne.  L’idea è che gli elementi presenti nelle atmosfere stellari siano sempre identici – come sostiene Henry Norris Russel, l’eminenza grigia dell’astrofisica americana – e che gli spettri stellari non rivelino differenze di composizione, bensì la temperatura delle diverse stelle.  E se il cancro si è già portata via Miss Leavitt; l’inquieta Miss Maury e l’anziana e accogliente Annie Cannon sono lì per appoggiarla.

1925: «Sai Annie, io … ho trovato il senso di tutto il tuo lavoro».  «Ti ascolto, Cecilia».  «Ho calcolato l’aspetto che dovrebbero avere gli spettri stellari per una vasta gamma di temperature e ho trovato che si sovrappongono perfettamente al tuo sistema di classificazione.  Vedi, la tua è realmente una scala di temperature; dalle stelle più calde, alle più fredde.  Ora è dimostrato !  E non è tutto.  Studiando la comparsa marginale di certe linee nei tuoi spettri, ho calcolato che le stelle sono fatte per la gran parte di idrogeno ed elio.  Sembra folle, ma sono milioni di volte più abbondanti di qualsiasi elemento».  «Ne sei sicura ?  Qualcuno ha verificato i tuoi calcoli ?».  «No, ma è tutto nella mia tesi per il PhD.  Henry Russell la sta già leggendo».

“Stellar Atmospheres”: la «miglior tesi mai scritta in astronomia» addirittura «l’evento che segna il passaggio dall’astrofisica qualitativa a quella quantitativa» !  Ma su un passaggio chiave Russell non è d’accordo.  Da esperto del Sole, è convinto che gli elementi siano presenti nelle stelle nella stessa proporzione in cui lo sono sulla Terra: riscaldando il nostro pianeta alla temperatura adeguata, vedremmo uno spettro identico a quello solare.  Scrive a Cecilia.  Le ‘suggerisce’ di dire che i suoi calcoli sull’abbondanza relativa dell’idrogeno e dell’elio sono suggestioni spurie.  Lei sa che non può mettersi contro di lui e, con autentico strazio, abiura alla propria tesi originaria.

E’ uno shock da cui faticherà per anni a riprendersi.  Il Rettore dell’Università di Harvard non prende neppure in considerazione l’ipotesi di mettere in cattedra una donna («Mai, finchè occuperò questo ruolo», si premura di far sapere …) e Shapley, che su Cecilia ha un forte ascendente, la convince a diventare dipendente dell’Osservatorio.  Imponendole ricerche che non la interessano.  Il ricordo di quel suo passo indietro, che invano cerca di rimuovere (al punto che solo da pochi anni il ritrovamento della lettera di Russell ha colmato questo clamoroso vuoto nella sua autobiografia), la porta vicina alla nevrosi, insieme alle difficili condizioni economiche e all’impressione che il Direttore e Russell vogliano tenerla lontana dalla spettroscopia.  Come se avessero paura di lei, della sua forza e del suo ardore.

Nel 1929 Henry Russell pubblicherà un articolo, rimasto famoso, in cui proporrà la stessa posizione della Payne.  In molti pensano ancora oggi che si debba a lui la scoperta di come l’idrogeno sia l’elemento principale nelle stelle.  La fama scientifica sembra svanire per Cecilia.  In quel momento, davanti a lei, riesce a vedere solo il buio dell’anonimato.

E’ la morte tragica dell’amica Adelaide Ames, nel 1932, a spezzare la campana di vetro autoreferenziale in cui ha vissuto.  «Lavorare uccide il dolore» le ripeteva spesso il Dr. Shapley e Cecilia si accorge di quanto quella frase le suoni odiosa.  Essere donna non solo nella scienza, ma anche nella realtà.  Nel 1933 viaggia nella Russia sovietica e in Europa.  Si sposa con l’astronomo Sergej Gaposchkin (facendolo fuggire dalla Germania hitleriana), fa tre figli e pian piano si fa valere, conquistando il titolo di astronoma e, nel 1956, quello di Professore di Astronomia ad Harvard: prima donna ad esserci riuscita.

Anche queste cose, naturalmente, trovano posto in “CHI HA PAURA DI CECILIA PAYNE ?”.  La vita di Cecilia ci parla infatti della condizione delle scienziate nei primi decenni del ‘900, ma insegna che superare una grande delusione rende più forti.  E che pure la scienza è migliore quando riesce a dialogare con la vita.