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GLI OCCHIALI DI ROSALIND (2020)

Rosalind Franklin in un’immagine poco nota che compare sul frontespizio di “Rosalind Franklin and DNA” di Anne Sayre, pubblicato da Norton nel 1975

Quello che viene messo in scena in “GLI OCCHIALI DI ROSALIND” è l’incontro, avvenuto nel 1970, tra Anne Sayre (1923-1998 – interpretata da Barbara Bonora) – che stava scrivendo la biografia dell’amica Rosalind Franklin, e Francis Crick (1916-2004 – interpretato da Gabriele Argazzi), premio Nobel 1962 assieme a J. Watson e M. Wilkins per aver stabilito la struttura delle molecola del DNA.  Lo spunto drammatico si trova in alcuni brani contenuti in “Rosalind Franklin and DNA” della stessa Sayre, ma viene utilizzata anche la monografia di Brenda Maddox del 2002 (uscita in Italia per Mondadori), così come il libro di James Watson “The double helix” (1968). Fonte importante è anche “Remembering my sister, Rosalind Franklin” della sorella Jenifer (2012, mai tradotto in italiano).

Rosalind Franklin (1920 – 1958), chimico-fisica e cristallografa britannica, durante ricerche condotte nel biennio 1951-52 al King’s College di Londra, ottenne dati sperimentali decisivi sulla struttura del DNA mediante diffrazione dei raggi X. Distinse per prima le due forme (idratata e cristallina) della molecola e ricavò fotografie nitidissime dei pattern di diffrazione del DNA B. Senza tuttavia spingersi a fare modelli. Data la grave incompatibilità con il collega Maurice Wilkins e infastidita dall’ambiente del King’s, che trovava intellettualmente mortificante, la Franklin abbandonò l’istituto a marzo del 1953, ignorando che Wilkins aveva incautamente rivelato diversi dettagli delle sue ricerche all’amico fisico Francis Crick del Cavendish Laboratory di Cambridge e al giovanissimo biologo americano James Watson, che con Crick faceva coppia fissa.

Wilkins, frustrato dalla superiore personalità di Rosalind, che era riuscita ad avere per sé le apparecchiature cristallografiche migliori e i migliori campioni di DNA, si sfogava spesso con Watson e Crick delle sue traversie, pensando che non potessero farci granché di quelle confidenze. Ovviamente si sbagliava, perché la coppia del Cavendish, ufficialmente fuori dalla competizione per arrivare alla struttura del DNA, aspirava a fare il colpaccio. Sfruttando sia il materiale della Franklin cui avevano avuto accesso attraverso Wilkins (il famoso ‘fotogramma 51’) che quello messo a disposizione in modo negligente da Max Perutz (a cui la scienziata aveva inviato un rapporto dettagliato sullo stato delle proprie ricerche), Watson e Crick elaborarono un proprio modello della forma B del DNA che pubblicarono su Nature il 25 aprile del 1953 e che valse loro il Nobel.

Rosalind, passata nel frattempo al Birbeck College di Londra, morì nel 1958, per un tumore alle ovaie.  Non fu neppure menzionata nel discorso che Wilkins, Crick e Watson fecero a Stoccolma e, soprattutto, Watson non trovò di meglio, nel suo best-seller “The double helix”, che ritrarla come una femminista bisbetica, trasandata e altezzosa, giustificando sé stesso e Crick per aver usato dei dati sperimentali che lei, per la sua aridità, non sapeva come mettere a frutto.

La vicenda di Rosalind Franklin è ormai ben nota. Nel 2015 è anche stata portata in teatro grazie a un testo di successo (“Photograph 51”) scritto da Anna Ziegler e rappresentato anche in Italia.  Tuttavia i resoconti privilegiano sempre la ricostruzione dei fatti, dimenticando che il ruolo della Franklin nella corsa al DNA non sarebbe mai diventato pubblico senza il narcisismo di Watson.

La terrible Rosy descritta da Watson era incompatibile con quella giovane donna piena di vita che amava lo sport e i paesaggi grandiosi della montagna e che aveva semmai il difetto di essere un tipo riservato, che dava confidenza solo a pochi eletti. “The double helix” fu un colpo duro per i familiari di Rosalind. Vederla denigrata faceva male e il fatto di avere un’idea vaga delle ricerche fatte da ‘Ross’, come la chiamavano gli intimi, peggiorava il senso di impotenza.  Anne Sayre però, l’amica americana, la scrittrice con il marito cristallografo (e non una seconda fila, andò anche vicino a prendere il nobel nei decenni successivi …) e che per questo era più a suo agio con la psicologia degli scienziati, prese ben presto l’iniziativa.  Dice David Sayre, nell’obituary scritto in memoria della moglie, che fu la comunità americana dei cristallografi (colpiti dal ritratto poco lusinghiero fatto da Watson della loro disciplina) a chiederle di scrivere un libro su Rosalind.

C’era un particolare, in “The double helix”, che le girava in testa; in diversi punti si parlava di ‘quegli occhiali ’ ( … those spectacles) che, insieme all’acconciatura approssimativa e all’assenza di trucco, rendevano Rosy  così poco attraente.  Il problema è che Rosalind aveva la vista di un’aquila e non portava gli occhiali! Un’incongruenza che illuminava in modo sospetto le ‘memorie’ di Watson, alimentando l’impressione che lo stereotipo di Rosy fosse stato costruito per ripiccaWatson aveva incontrato un tipo di donna di cui ignorava l’esistenza. Una scienziata battagliera e consapevole di sé, senza timori reverenziali verso i colleghi maschi.  Che mai si sarebbe fatta mettere i piedi in testa. Non c’era modo di blandirla e renderla complice involontaria, come lui e Crick avevano fatto con Wilkins.  Se volevi i dati di Rosalind dovevi rubarli !  Era stato il riconoscersi nel ruolo di ladro, che aveva indotto Watson, in maniera forse inconscia, a un postumo gesto di scherno di cattivissimo gusto.

Anne promise a sé stessa di scrivere un libro che fosse un’arringa in difesa di una grande amica che non aveva potuto farlo da sé. Ci mise diversi anni, fino al 1975, accumulando documenti e interviste. Naturalmente i due ‘eroi del DNA’ furono tra i primi a finire nella sua lista, ma mentre Watson non volle mai parlarle, Crick fu più disponibile e accettò di rispondere alle sue domande.

Il nostro “GLI OCCHIALI DI ROSALIND” immagina le parole e il tono del primo incontro tra la Sayre e Crick, datato 16 giugno 1970.

Il dialogo tra gli attori che interpretano i due personaggi servirà a ripercorrere i momenti salienti di quei due anni passati da Rosalind al King’s ad occuparsi del DNA, ma metterà soprattutto a confronto due tensioni opposte.  Da una parte una scrittrice alla ricerca dei motivi profondi che avevano portato un team di ricercatori e i loro superiori a ignorare ripetutamente il ‘code of honour’ degli scienziati (Randall del King’s College e Bragg del Cavendish si accordarono per trovare il modo di far uscire l’articolo di Watson e Crick in una forma che accontentasse entrambi gli Istituti senza destare i sospetti di Rosalind), arrivando perfino, nel caso di Watson, a sentirsi così sicuri di sé da mettere in piazza le loro malefatte. Dall’altra l’imbarazzo di uno scienziato affermato e celebrato, che s’era trovato a leggere nero su bianco, su un libro che si preparava a vendere milioni di copie, che lui stesso e un collega di pochi scrupoli avevano raggirato una giovane scienziata, usando i suoi dati per costruirci su una brillante carriera. Crick era rimasto con il cerino in mano e non gli restava che limitare i danni, facendo la miglior figura possibile.

“GLI OCCHIALI DI ROSALIND” è una partita a scacchi che alterna rivelazioni biografiche (è ad esempio poco noto che Rosalind divenne amica di Crick e della moglie Odile, frequentandoli assiduamente fin dentro la malattia che la uccise) e informazioni scientifiche. Rifuggendo dalla retorica e lasciando che sia il pubblico a formarsi una propria opinione su moventi e giustificazioni.