LIGHT UP THE HOUSE ! – La scienza di Michael Faraday (2013)

“LIGHT UP THE HOUSE !” vi racconta di un modo diverso di vedere il mondo.

il palco al debutto di Light Up The House al Liceo Vico di Corsico - 9 febbraio 2013

il palco al debutto di Light Up The House al Liceo Vico di Corsico – 9 febbraio 2013

“LIGHT UP THE HOUSE !” parla della scienza dell’800 per suggerire che se è vero che nel ventesimo secolo gli atomi sono diventati dei compagni affidabili ciò non vuol dire che sarà così per sempre.   Nessuno sa se o quando dovremo puntare su una visione delle cose integralmente diversa, che ora possiamo solo accarezzare nei nostri sogni.

Michael Faraday (1791 – 1867)  Faradayfece le sue scoperte immaginando che le forze elettriche e magnetiche operassero provocando una tensione nei comuni mezzi materiali: un conduttore, l’aria, un composto chimico in soluzione.   La materia, secondo lui, reagiva alla presenza di quelle forze in modo semplice: si ‘polarizzava’ (questo voleva dire, nel suo linguaggio, la parola ‘tensione’, secondo un’ accezione ben diversa da quella si adopera oggi usando lo stesso termine in fisica) e le trasmetteva da un corpo all’altro; da un punto all’altro.  Fare scienza, per Faraday, significava imparare a produrre quella tensione e misurarne gli effetti.   C’erano molte domande a cui rispondere prima di pensare alla costituzione profonda della materia e non si doveva cadere nella tentazione di partire proprio da lì.

L’altro modo in cui, nei primi decenni dell’800, si concepiva la trasmissione delle forze elettriche e magnetiche faceva invece ricorso alla concentrazione (la parola ‘polo’ vi è di certo familiare) e alla migrazione di particelle riunite in sostanze prive di peso, chiamate ‘fluidi’, entro una fisica che puntava, in buona parte d’Europa, sull’ipotesi atomica.   I francesi e i tedeschi sostenevano che la materia ordinaria non aveva nulla a che fare con le forze: esse si producevano all’istante in presenza di concentrazioni significative di ‘fluido’ elettrico e magnetico, secondo schemi matematici fuori dalla portata di Faraday.   Si trattava, per un inglese pragmatico come lui, di costruzioni misteriose ed esclusive, simili a quelle del ragno, che ricava tutto da sé stesso per fare la sua tela.    Lo scopo principale di Faraday fu quello di mostrare all’uomo della strada come le forze interagissero con ciò che si poteva avere ogni giorno sotto gli occhi ed egli concepì la materia in conformità al senso comune; come un tutto continuo, ininterrotto.   C’era spazio per delle analogie su come fosse fatta nell’intimo, ma solo come stampelle per la mente.  Di qui la sua disinvoltura nell’uso del linguaggio: se parlava di atomi o particelle lo faceva solo per farsi capire.

Talvolta facendo un po’ di confusione.

Già John Tyndall, l’amico della maturità e suo primo biografo, osservò che se è vero che Faraday espresse sempre scetticismo per le ipotesi fisico-matematiche, i suoi risultati furono il frutto di una vena speculativa poco meno che audace, che trasformò l’appello all’unità delle forze della Natura proclamato dalla Natürphilosophie dei romantici tedeschi (soprattutto Fichte e Shelling) in un’indagine pluridecennale di fisica (e chimica …) sperimentale che tentò di definire le condizioni della loro mutua convertibilità entro molteplici scenari.

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Faraday al Palabachelet di Oggiono – 28 febbraio 2013

Con questa ambizione di semplicità e universalità ben ferma nel suo cuore di ragazzo degli slums (figlio di un fabbro, Michael era un autodidatta e non fu mai in grado di leggere una formula matematica), Faraday scoprì i fenomeni alla base della terza rivoluzione industriale e della tecnologia elettrificata che mette in moto le vostre vite.   Lo spettacolo tenta di esporre il modo in cui lui interpretava questi fenomeni e di come dalle sue intuizioni scaturissero ogni volta nuovi strabilianti risultati; come se fosse legato a un filo rosso che lo guidava sicuro in un territorio allora quasi del tutto inesplorato.  La sua libertà di pensiero non si arrestò nemmeno di fronte alla necessità di dover rivedere, di fronte al misterioso comportamento dei materiali diamagnetici, la stessa premessa della ‘polarità indotta della materia’, che così tanti esperimenti e scoperte gli aveva ispirato.   Immaginò allora una realtà autonoma rispetto alla materia, il ‘campo di forze’; vera sede dei fenomeni elettrici e magnetici.   E vide giusto.  Anche quella volta.

Col suo gesto Faraday ripudiò in modo inatteso e irriverente l’etere luminifero e quello elettromagnetico, dai quali la fisica matematica dell’epoca sembrava non poter prescindere pur non potendo contare su osservazioni dirette.   Un gesto di cui non fu capace nemmeno il grande matematico cui dobbiamo le equazioni del campo elettromagnetico, James Clark Maxwell, che sebbene si dichiarasse erede scientifico di Faraday, restò sempre convinto che la luce e gli altri fenomeni radianti avessero comunque bisogno di un supporto fisico (e l’etere, che sarà superato solo con l’inizio del ‘900, aveva qualità ben poco ‘fisiche’ …) per avere luogo.

E’ vero che molte delle spiegazioni che Faraday tentò di offrire per i fenomeni che scoprì appaiono superate nel nostro mondo fatto di cariche elettriche e di atomi.   La conoscenza è in cammino e i fenomeni che Faraday scoprì sono oggi interpretati diversamente; le leggi che trovò hanno una funzione diversa nelle moderne spiegazioni e di molti concetti usati da Michael è rimasto solo il nome, ma con un contenuto diverso e, a volte, opposto a quello che lui avrebbe sposato.

La Scienza fa questo: precisa, delimita, ricicla i suoi concetti, cambia nome alle cose e, soprattutto, non ce n’è mai una sola, ma tante diverse.   Che creano modelli del mondo, immaginano, investono energie su spiegazioni tra loro in più o meno aperto contrasto e che a volte possono sembrarci incredibili.

“LIGHT UP THE HOUSE ! – La scienza di Michael Faraday” ricostruisce dunque gli sviluppi e il conclusivo tramonto dell’idea guida della ‘polarità indotta nella materia’ , che lega in un tutto le ricerche fisiche e chimiche di Faraday.

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… ancora Faraday al Palabachelet di Oggiono – 28 febbraio 2013

Nelle parti di fiction proposte in video, lo spettacolo si affida ai dialoghi fra lo scienziato e la pittrice Harriett Jane Carrick Moore (interpretata da Alessandra Calori, che già aveva dato corpo a Lise Meitner nel nostro “Microfisica inquieta”).

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Alessandra Calori come Ms. Carrick Moore nella parte video di Light Up The House

Questa simpatica e curiosa signora, artista dilettante e buona amica di Faraday, fu tra i pochi profani cui il grande filosofo naturale londinese permise di entrare nel proprio laboratorio al seminterrato della Royal Institution e addirittura di dipingere, in quattro splendidi acquerelli, il luogo dove aveva realizzato le scoperte che lo avevano reso l’uomo più popolare d’Inghilterra.   Faraday e Ms. Moore, seguendo il pretesto drammatico di alcune tavole che la pittrice intende regalare allo scienziato e che ritraggono i suoi apparati sperimentali, passano in rassegna, un po’ celiando, un po’ giocando, un po’ facendo sul serio tutta la carriera del Mr. Science della scienza vittoriana. Di uno dei dialoghi di fiction cinematografica che fanno parte dello spettacolo vi diamo qui sotto testimonianza.  Si tratta dell‘episodio in cui viene illustrato, in modo davvero imprevedibile, il fenomeno della rotazione elettromagnetica (scoperto da Faraday nel 1821)

Nelle parti dal vivo di “Light Up The House !” Gabriele Argazzi (che è Faraday anche nelle parti multimediali) interpreta lo scienziato e utilizza fotografie dell’epoca e notizie biografiche minori per ricostruire il Faraday privato, con le sue incertezze, le sue manie, i suoi rimpianti.

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Barbara Bonora

Su tutto il lavoro di raccordo della narratrice (Barbara Bonora) che collega il pensiero di Faraday al suo e al nostro tempo, spiegando il ruolo avuto nel suo percorso dalla fede in Dio, dall’amore per la potenza sintetica delle immagini, dalla dedizione verso l’idea di una scienza aperta, così come la veicolava al pubblico delle sue celebrate Conferenze del Venerdì Sera.

Scrivendo a:

terzadecade[at]gmail[dot]com

e indicando le vostre necessità didattiche, possiamo inviarvi le password per scaricare e aprire il PDF con il testo dello spettacolo e il file zippato (si trovano entrambi nella sezione “Downloads” di questo sito) che contiene le tavole da noi realizzate con gli apparati sperimentali di Faraday.

Ringraziamo Fabrizio Giugni (Liceo Fracastoro di Verona) e Tano Cavattoni (Liceo Messedaglia di Verona) per i suggerimenti e le chiacchiere amabili intorno a Faraday e il grande Dario Bicego per le sue illuminanti metafore.  La loro esperienza didattica e la loro cultura scientifica ci hanno consentito di dribblare le tante difficoltà poste a dei non-fisici da un personaggio di tale levatura: rispetto e riconoscenza a tutti e tre !

Le Signorine