The imitation game: un’occasione mancata. E “Nature” striglia gli sceneggiatori !

Carissimi e carissime,

come molti anche noi eravamo emozionati dall’idea di vedere il bravo Benedict Cumberbatch interpretare Alan Turing.

La versione cinematografica per il piccolo schermo (1996) del testo teatrale “Breaking the code” di Hugh Whitmore – col leggendario Derek Jacobi nel ruolo di Turing – aveva la pecca di avere come protagonista un attore alle soglie dei sessant’anni e perciò poco credibile dal punto di vista del realismo più stretto (quando mori Alan ne aveva 42 …).   La scelta di non alternare gli attori e di ricorrere a un trucco piuttosto pesante sul volto del grande attore, risultava un po’ penalizzante nelle parti in cui un Alan nemmeno trentenne affronta i misteri della macchina Enigma.

Con il più giovane Cumberbatch, gli sceneggiatori di “The imitation game” erano invece nelle condizioni ottimali per realizzare un ritratto del grande logico inglese non solo credibile, ma, con i mezzi di Hollywood, addirittura ‘definitivo’.

Eppure tutto è stato sacrificato alle esigenze di un war movie incentrato sul fronte interno, scegliendo una singola fase della ricchissima vicenda di Alan ed eliminando tutto il resto.  Anche a voler prescindere da qualche inesattezza storica (Turing lasciò Bletchley Park già nel 1942 e non restò affatto con gli altri criptoanalisti fino al 1945) e dagli errori logici (non si spendono 100.000 sterline, come sembra dal film,  per una macchina di cui non è chiaro cosa debba fare e  Alan non aspettò affatto l’ ‘ispirazione’; il calcolatore elettromeccanico che doveva sbaragliare Enigma fu da subito concepito per testare ipotesi sulle coppie ‘simbolo in chiaro’ e ‘simbolo criptato’ a partire da stereotipi della comunicazione militare –  le onnipresenti previsioni meteo … – che già si conoscevano) a essere davvero assenti sono gli incontri e i personaggi formidabili che popolarono la vita del matematico britannico.  Che avrebbero di molto accresciuto la potenza della storia e l’importanza futura di questa pellicola.

Anche una delle più antiche riviste scientifiche, Nature”, ha voluto entrare nel dibattito sul film (a onor del vero criticando pure “La teoria del tutto”) parlando di ‘scienza marginale’ e di scienziati trattati come ‘attrazioni da circo’.

A noi è sembrato che “The imitation game” sia fin troppo affollato di comprimari, come lo scialbo personaggio del campione di scacchi Hugh Alexander, e non una sola chance è stata data a John Von Neumann, Claude Shannon, Ludwig Wittgenstein, o alle figure – come Norbert Wiener – che ruotarono attorno al sogno dell’Intelligenza Artificiale cd. ‘forte’, avviatosi a metà degli anni ’40.   Non è sciocco pensare che personaggi simili avrebbero dato la possibilità di ruoli eccezionali per attori non-protagonisti di lusso, offrendoci duelli e duetti di ben altro peso rispetto alle dinamiche un po’ scontate in cui Turing viene coinvolto nella pellicola di Morten Tyldum.

Inoltre, quella che fu per vent’anni la vera ossessione di Alan – costruire una macchina pensante – non ha alcuno spazio in “The imitation game”.  L’esigenza un po’ convenzionale di tenere in piedi il suo menage con la ‘telegenica’ Joan si mangia anche gli ultimi mesi del racconto della vita di Turing.   Nemmeno sulla sua morte misteriosa, che ha visto fior di scrittori spendere fiumi di inchiostro, lo script si sbilancia: viene semplicemente annunciata con il primo di una deludente successione di cartelli sintetici.  Che fanno più documentario che cinema e la dicono lunga sul poco coraggio del regista e sulle lungaggini della scrittura drammatica.  Che si trova in chiare difficoltà con i tempi e con la chiusura.

L’unica cosa che aggiunge un po’ di ‘scientifica’ carne al fuoco alla seconda parte del film è l’accenno al problema di come trattare statisticamente la messe di informazioni fornite dalla decrittazione di Enigma, in modo da non destare sospetti nei comandi tedeschi.  Ignoriamo se Alan ebbe mai parte nella scelta degli obiettivi da sacrificare, ma la suggestione morale che vi è implicata è tra le poche che fanno pensare.

In sintesi, il ‘biopic’ del 1996 resta secondo noi molto superiore, anche se l’obiettivo di far conoscere Turing al grande pubblico è stato raggiunto e la campagna che Cumberbatch sta conducendo per la riabilitazione dei tanti omosessuali discriminati in quegli anni da leggi omofobe e assurde è un merito che resterà legato al ‘suo’ film.

Le Signorine