Sofja Kovalevskaja, onore delle donne
Il nome di Sofja Vasilevna Kovalevskaja (Mosca 1850 – Stoccolma 1891) è sinonimo di un’avventura matematica colma di primati e quasi impensabile per una donna del suo tempo. Caso raro – ha scritto André Weyl –di matematico a due idee (nel suo caso nell’analisi e nel campo della dinamica dei corpi rigidi …), Sofja riuscì non solo a prendere il dottorato in matematica (1874, prima donna a farlo nell’era moderna), ma, in quel di Stoccolma (1889), fu eletta alla cattedra di analisi superiore. Oltre a far parte in modo stabile della redazione di Acta Matematica, rivista scientifica di livello mondiale; un incarico mai toccato ad alcuna donna prima di lei.
Tuttavia – tolte le riflessioni sulla peculiare attrazione della Kovalevskaja per la sua disciplina – il nostro testo evidenzia soprattutto il percorso che portò Sofja alla coscienza di sè come donna e scienziata. Ai suoi tempi non esistevano solchi già tracciati; potè affidarsi solo all’istinto. Affrontando una sfida analoga a quella che coinvolge le ragazze S.T.E.A.M. di oggi: conquistare piena autonomia rispetto al partner e alla famiglia (nel senso di tempo da dedicare allo studio e alla ricerca) o nella sfera lavorativa (prendendo libere decisioni in ambiti dove la pressione maschile è forte).
Diversi piani narrativi si intersecano nello spettacolo, permettendo ai personaggi del marito di Sofja, Vladimir Kovalevskj, e del suo mentore, Karl Weierstrass, di farle da contraltare. Il primo è dato da un resoconto diaristico a tappe guidato dalla voce di Karl Weierstrass. Il matematico ebbe con Sofja contatti costanti e ciò ci ha permesso di tessere il filo che segue una biografia in cui è facile perdersi, data la quantità di eventi che la videro coinvolta. Il secondo è quello dell’attualità: siamo negli ultimi giorni di Sofja (morì di polmonite a Stoccolma nel febbraio del 1891) e lei parla tra sè e sè, lasciando intravedere una personalità eclettica e definitivamente contraddittoria. Sempre rivolta al futuro. Il terzo piano consiste in dialogo in flashback che ricostruisce l’ultimo incontro tra Sofja e il marito, avvenuto a Parigi ad aprile del 1882.
Nel 1868 Sofja contrasse un ‘matrimonio nichilista’ con il paleontologo ventiseienne Vladimir Kovalevskj. Questo tipo di patto, che escludeva i rapporti fisici e la subordinazione tra i sessi, veniva attuato, all’insaputa della famiglia della donna, per permetterle di avere il passaporto e recarsi liberamente all’estero per studiare.
Figura centrale nella vita di Sofja e di otto anni più grande di lei, Vladimir Kovalevskj era un intellettuale formatosi nella prima fase, utopistica e messianica, del nichilismo russo,negli anni sessanta dell’800. I nichilisti esaltavano la scienza e contestavano i valori tradizionali, sostenendo l’uguaglianza tra i sessi. Uno degli strumenti atti a liberare le donne dai retaggi patriarcali, permettendo loro di avere il passaporto e lasciare la Russia, era il matrimonio bianco, inteso come patto fraterno che escludeva i rapporti fisici e la subordinazione. Un’opzione rischiosa per una ragazza, dato che la famiglia restava all’oscuro e nulla assicurava il rispetto del patto, ma Sofja, determinata a studiare all’estero anche contro il volere dei genitori, si fece mettere in contatto con Vladimir, che accettò di sposarla. Come forse non avrebbe dovuto, essendosi, in realtà, innamorato di lei.
Nel 1868 la coppia si spostò ad Heidelberg, dove Sofja si fece ammettere come uditrice ai corsi di matematica e di fisica, mentre lui si perfezionava, a Jena, come paleontologo. Non mancavano i contrasti, dato che si trattava di due personalità creative e inquiete. Sofja era nobile, aveva un’alta opinione di sè e la sorella maggiore, Aniuta, le aveva insegnato il disprezzo per la ‘tirannia dell’amore romantico’. Ai suoi occhi Vladimir, di cui pure era gelosissima, restava un accompagnatore.

Viaggiarono dunque molto, incontrando Darwin (di cui Vladimir aveva tradotto in russo – e pubblicato – varie opere) e altre personalità, come l’amata scrittrice George Eliot. Ciò finchè il compagno di Aniuta, il rivoluzionario comunista Victor Jaclard, fu arrestato, dopo la sanguinosa repressione della Comune, nel 1871. Il padre di Sofja, un ex Generale dell’esercito zarista,raggiunse le figlie a Parigi, per trattare la scarcerazione del genero. Sofja, che non dormiva col marito, dovette spiegare la natura del loro legame. Ci furono pressioni per consumare il matrimonio e anche Vladimir la ricattò, minacciando il divorzio. Evidentemente non bastavano gli endorsement femministi, per smettere di subire i condizionamenti ricevuti con l’educazione.
E’ qui che Karl Weierstrass entra in gioco. Nell’autunno del 1870, Sofja s’era presentata al grande innovatore dell’analisi matematica per aggirare il divieto alle donne di frequentare l’università di Berlino. Incuriosito dalle doti della giovane russa, il cinquantacinquenne Weierstrass la prese come studentessa privata, riconoscendo in lei, poco per volta, una persona in grado di comprendere, con libertà critica, le sue idee. Sofja sapeva che venire coinvolta in un divorzio avrebbe creato imbarazzi e ne parlò con Weierstrass.
Il maestro decise che Sofja, se voleva emanciparsi, doveva prendere una vera laurea. Cosa inaudita per allora. Con coraggio, Weierstrass si accollò la responsabilità di aprire formalmente una stagione in cui solo il talento, e non il genere, avrebbe deciso di una carriera. Nel 1874, anche grazie alla sua abilità diplomatica, l’università di Gottinga conferì a Sofja il dottorato (in absentia, dato che si temevano imboscate dai membri più misogini della commissione) a fronte di tre straordinari elaborati originali, il più noto dei quali contiene il teorema che stabilisce le condizioni di esistenza e unicità di soluzioni per un sistema di equazioni differenziali alle derivate parziali.
La fiducia di uno dei massimi matematici viventi, che le concedeva un grado di confidenza personale così eccezionale, aveva costretto Sofja a stare sul pezzo. A Berlino, mentre perfezionava il suo stile secondo la dura disciplina di Weierstrass, trascorse lunghi periodi in alterata concentrazione, tanto che l’amica Julia Lermontova la ricorda camminare su e giù,come in trance, parlando da sola e, talvolta, ridendo. Per lei, che detestava star sola, quella tesi diventò un debito da saldare. Il maestro chiese che lei avviasse contatti con chi chiedeva abstract e dettagli sui suoi lavori; Sofja non voleva farsi manovrare. L’imperativo era restare libera. Vladimir, uscito di scena per molti mesi, ricomparve nella sua vita e, insieme, tornarono in Russia
A San Pietroburgo, ritrovati i genitori, i circoli letterari e l’antica passione per la scrittura (di lei si possono leggere le “Memorie di infanzia” del 1989 e il romanzo postumo “Una ragazza nichilista”), Sofja si sentiva lontana dalla matematica. Smise di rispondere a Weierstrass. Anche perchè il progetto di far valere la sua laurea e quella di Vladimir per entrare nel mondo accademico non andò in porto. Dopo la morte del padre, Sofja scelse di dare un significato più compiuto al suo matrimonio e, nel 1879, nacque la figlia Fufa.
Qualcosa, però covava nel profondo.
KovaIevskj s’era fatto un nome come paleontologo grazie a uno scritto del 1873 sull’evoluzione degli equidi (lodato da Darwin), ma le sue ipotesi erano state smentite pochi anni dopo. Fu un duro colpo, che lui tenne segreto, decidendo di lanciarsi in una serie di speculazioni immobiliari che avrebbero dovuto portare a una definitiva agiatezza. Sofja gli credette. Nel 1880 finirono sul lastrico. Dopo il trasferimento a Mosca, Vladimir ottenne un posto da professore associato, ma la sua ossessione era di rifarsi come imprenditore. In aperto contrasto con Sofja, entrò in società coi fratelli Ragozin, due faccendieri del settore pertolifero. Respinta ancora una volta dall’università, lei si trovò di fronte a un bivio: affondare col marito o tornare da Weierstrass? Scelse di partire per Berlino.
Il biennio 1881-1882 fu drammatico. Sofja era assillata dalla preoccupazione per Fufa – che inizialmente portò con sè – dalla fatica nel riprendere in mano la matematica e dal dissidio con Kovalevskj. Forse uno dei primi casi documentabili di ciò che si verifica in una coppia di intellettuali se il talento della parte femminile decolla, mentre quello maschile, viceversa, declina. Vladimir accusò Sofja di essere un’egoista, derise i suoi sforzi e si rifiutò di darle il suo appoggio,ripetendo i luoghi comuni più vieti sull’inferiorità intellettuale delle donne. Con il suo vittimismo, cercò di farla sentire in colpa per essersene andata.
Nonostante la rottura definitiva – nello spettacolo si ricostruisce il loro ultimo incontro, con lo scopo di far riflettere gli studenti sulla necessità di portare sempre più a fondo l’accettazione dell’idea di parità, per prevenire certe dinamiche violente – l’angoscia di Sofja sul destino di Vladimir, soffocato dai debiti e in balia delle spericolate manovre finanziarie dei Ragozin,la portò sulle soglie di un collasso nervoso. Fino al suicidio di lui, avvenuto nell’aprile del 1883.
Il marito di Sofja, Vladimir Kovalevskj, si tolse la vita a Mosca il 27 aprile 1883, rovinato dalla bancarotta della società petrolifera da lui costituita con i fratelli Ragozin
Karl Weierstrass descrisse nei diari il suo sollievo quando l’ombra di Kovalevskj si allontanò da Sofja. Gli ultimi otto anni di vita segnarono il definitivo ingresso di lei nella matematica professionale, anche se il maestro – che la consigliò e la sostenne sempre, anticipando l’etica universalistica che contraddistingue l’odierna comunità scientifica – non riuscì mai a farle accettare che Stoccolma, dove prese la cattedra stabile di analisi superiore e dove andò a vivere, fosse un punto di approdo. Sofja detestava l’asettica Svezia e amava Parigi, convinta (spesso a dispetto dell’evidenza) che le donne avrebbero presto abbattuto i pregiudizi borghesi, facendosi onore nella scienza e nella politica.
Aveva raggiunto la consapevolezza del proprio status, ma restava in lei la fame d’amore (negli ultimi anni si legò al sociologo Maksim Kovalevskj, un lontano parente del povero Vladimir), di esperienze, di viaggi: «Io sono una russa disordinata. Fiorisco nelle ore notturne; mi piace bere tè forte, fumare sigarette e litigare con persone che mi somigliano».
Continuò apertamente a sostenere chiunque lottasse per l’autodeterminazione, che si trattasse degli indipendentisti polacchi (come l’intima amica Marje Mendelson, che usava abitualmente il passaporto di Sofja per cercarsi nella Polonia russa) o dei leader politici socialisti tedeschi e svedesi; venendo guardata con sospetto dai conservatori e tenuta lontana dalle accademie, tanto a Stoccolma, quanto a Mosca. Anche in questo sta la contemporaneità di Sofja Kovalevskaja, onore delle donne.






