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TRE LETTERE A MR. FARADAY (2024)

L’intento dello spettacolo è quello di raccontare il crepuscolo esistenziale del fisico e chimico Michael Faraday (1791 – 1867).  E’ quindi uno spettacolo di bilanci umani e scientifici, in cui spesso ritorna la solitudine di un filosofo naturale che non ebbe eredi, né allievi e che, per sua stessa ammissione, poteva comprendere un problema scientifico solo rifacendo con le sue mani, in silenzio, tutti gli esperimenti già effettuati: «lavorando e pensando nello stesso tempo».  E dove ? Naturalmente nel laboratorio di quella Royal Institution che fu la sua casa per l’intera vita e un punto di riferimento imprescindibile per la borghesia e la nobiltà della Londra vittoriana.  Ogni stagione, di anno in anno, come si trattasse del teatro dell’opera, nell’auditorium strapieno per le Conferenze del Venerdì Sera, l’élite londinese ascoltava dalla voce impostata del suo Mr. Science, Michael Faraday, le novità di una ricerca scientifica che stava preparando l’esplosione tecnologica celebrata dalla prima Esposizione Universale del 1851.  E che doveva a quell’autodidatta, figlio di un fabbro, le campagne sperimentali più estese mai effettuate sui fenomeni elettrici e magnetici. Molti dei quali scoperti da lui stesso.

Michael Faraday

Lo spettacolo è suddiviso in tre episodi dialogati, ciascuno introdotto – come il titolo annuncia – da una lettera inviata a Faraday da un personaggio del suo tempo.  Si tratta di lettere reali, appartenenti al periodo successivo alla grave crisi neurologica che colpì lo scienziato nel 1839 (dovuta forse al mercurio usato nelle manipolazioni chimiche), e che costituisce uno spartiacque nella sua biografia.

Il primo episodio ruota attorno a una missiva dell’ottobre del 1844, quando Faraday aveva da poco ripreso il lavoro, dopo cinque anni di convalescenza forzata.  Il mittente è la giovane Ada Byron, Contessa di Lovelace, oggi riconosciuta come l’autrice del primo programma per calcolatore.

Interrotta ormai la collaborazione col matematico Charles Babbage, Ada chiede con toni accorati – a tratti disperati – di poter avviare ricerche proprie nel laboratorio di Faraday, contando sulla sua diretta supervisione.

E’ noto che, durante quell’autunno, Michael accettò di incontrare Ada – di cui apprezzava il coraggio e l’intelligenza – diverse volte, pur sapendo che la cosa non poteva finir bene.  Prima di tutto per ragioni sociali, dato che per una donna di allora, seppur nobile e ricca, intraprendere a viso aperto una carriera da scienziata – e per di più sotto l’ala di un uomo sposato e tanto in vista – non era, semplicemente, ‘previsto’.  La nostra ricostruzione teatrale di uno di quegli incontri intende mettere in luce la personalità energica, entusiasta, eclettica, di Ada Byron e le strategie evasive di un maturo scienziato non del tutto in buona salute, preso in contropiede da una prospettiva in grado di stravolgere le sue abitudini personali e professionali.  Costringendolo a fare i conti coi suoi sgraziati pregiudizi sulla matematica; linguaggio familiare per una come Ada, ma che in Faraday, del tutto ignorante in materia, destava soprattutto sospetto e diffidenza.

Il secondo episodio prende invece spunto da un breve biglietto illustrato dell’agosto del 1850, inviato a Faraday dall’amica pittrice Harriett Jane Carrick-Moore, che gli aveva proposto di ritrarre ad acquerello i laboratori dove lui lavorava.

H. J. Carrick Moore – Entrance to Faraday’s main laboratory (acquerello, 1852)

E’ un semplice e allegro messaggio da una località di vacanze, simile ad altri degli anni seguenti (la Moore spediva a Faraday uno schizzo del luogo dove si trovava e il tema dello scambio diventava il paesaggio inglese o i fenomeni naturali più amati da Faraday, come i fulmini …), ma contiene la promessa di rivedersi presto a Londra e ci ha suggerito la messa in scena di una conversazione che vede Harriet e Michael decidere insieme l’aspetto dei quadri che lei avrebbe dovuto dipingere (e che realizzò nel 1852).

Supponendo che Miss Moore fosse in grado di seguire una conversazione di livello divulgativo su temi scientifici (del resto fu una delle prime donne a diventare socio della Royal Institution), abbiamo inserito in modo naturale all’interno del dialogo diverse notizie sul Faraday più speculativo, comprese le sue considerazioni sull’unità e mutua convertibilità delle forze della Natura e sul ruolo che, in questo embrione di teoria unificata, avrebbero dovuto avere le cosidette linee di forza.  Da lui intese, a partire dal saggio del 1845 “Sulle vibrazioni dei raggi”, come il supporto fisico tramite il quale, mediante vibrazioni e onde, le forze naturali venivano trasmesse.  Entro quella cornice che Michael cominciò a chiamare field, il campo.

Il terzo – e ultimo – episodio si avvia riportando una lettera che il ventiseienne fisico e matematico James Clerk Maxwell – allora all’inizio del percorso che lo portò a scrivere le omonime equazioni del campo elettromagnetico – inviò a Faraday a novembre del 1857.  E’ significativa, perché indica sia gli elementi di continuità scientifica tra Maxwell e il più anziano collega (ad esempio la centralità dello spazio in una teoria dell’elettromagnetismo), che quelli di frattura (come il ruolo dell’etere, che Maxwell, al contrario di Faraday, riteneva imprescindibile per la sua dinamica).  Il testo che ne è nato crea una situazione in cui il soliloquio del quasi settantenne Faraday sconfina in uno stato allucinatorio (cosa credibile, perché nel corso dell’ultimo decennio di vita Michael scivolò man mano nella demenza).  I pensieri inquieti dedicati a una filosofia naturale che dialoga ormai in modo diretto col mondo degli ingegneri (Maxwell non ne farà mistero nella prefazione al suo “Trattato di elettricità e magnetismo”), fanno apparire di nuovo, davanti a Faraday, Ada Byron, che era morta di cancro nel 1852.

Ada Byron Countess of Lovelace

Lo scambio verbale tra Michael e il fantasma di Ada – che avviene, è chiaro, nella sua mente – è per intero nel segno della nostalgia per quella che Lady Lovelace aveva chiamato, nei suoi scritti, ‘scienza poetica’.  Intendendo un’attitudine alla ricerca e alla scoperta che guardasse solo all’elevazione dell’uomo, tenendosi lontana dalle applicazioni tecniche che alimentavano le convulsioni dello sviluppo industriale.  Il tema dell’angoscia per le trasformazioni brutali imposte al paesaggio e ai rapporti tra gli uomini dall’industrializzazione è molto presente negli artisti e negli scrittori dell’età vittoriana e, per Faraday, che amava il potere sintetico delle immagini, l’adesione alle parole di Ada prende la forma della contemplazione a occhi aperti di un quadro di uno dei più influenti tra quegli artisti: William Turner.  Abbiamo voluto che fosse “Norham Castel : sunrise” (dipinto nel 1845, ma esposto al pubblico solo molti anni dopo la morte dell’autore), da molti considerato come un archetipo della moderna arte astratta.   Davanti alla commozione di Faraday, il fantasma di Ada commenta con parole che si devono, in verità, allo scienziato stesso (“On the Conservation of Force”, 1857): «Forse Turner stava già andando oltre.  Verso la Fonte di tutte le possibili azioni che coinvolgono le particelle o le sostanze dell’Universo».

Norham Castle, Sunrise c.1845 Joseph Mallord William Turner 1775-1851

Le Signorine