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BARBARA McCLINTOCK – Il gene non è una cosa (2008)

Barbara-McClintock-Young-With-CigaretteIl Premio Nobel  per la Medicina e la Fisiologia consegnato nel 1983 a Barbara McClintock (1902 – 1992) fu l’ultimo dei riconoscimenti che, in pochi anni, sommersero l’allora ottantenne genetista statunitense, a lungo messa da parte dalla comunità scientifica e premiata per una scoperta, gli elementi mobili del genoma, da lei annunciata più di trent’anni prima.

E’ stato osservando il sorriso di questa donna minuta ed evidentemente combattiva, circondata dai microfoni chiassosi delle televisioni americane accorse all’annuncio del Nobel, che abbiamo infine deciso di dedicarle un lavoro teatrale tutto suo.

Del resto nella sua vicenda si manifestava con chiarezza una circostanza ricorrente nella storia della scienza, vale a dire il contrasto tra chi intende spiegare ciò che accade mediante leggi universali che regolano l’interazione fra componenti semplici e quanti si pongono l’obiettivo di definire ciò che Arthur Eddington chiamava ‘leggi secondarie’ e che pensano che la descrizione dei comportamenti elementari non sia sufficiente a farci comprendere un fenomeno globale.

Barbara McClintock fu di certo fra questi ultimi e lo fu in un campo e in un momento storico in cui il riduzionismo della genetica molecolare, incoraggiato dalle ricerche di Delbruck degli anni ’40 su virus e batteri, veniva premiato dalla scoperta del secolo: la definizione, nel 1953, della struttura del DNA.   In pochi anni, in ossequio al ‘dogma centrale’ imposto da Francis Crick, si arrivò a sostenere che tutto era determinato dall’informazione genica, che lo sviluppo del fenotipo era una conseguenza scontata, che l’embriologia era una perdita di tempo, che quello che valeva per l’Escherichia Coli valeva anche per l’elefante!

Barbara-McClintock-Cold-Spring-Harbor-LabsMa anziché unirsi al coro, la McClintock scelse di smettere di pubblicare e continuò ad approfondire da sola le sue idee, così come negli anni ’30 aveva rifiutato, con la conseguenza di ottenere il primo impiego fisso alla bella età di 39 anni, un ruolo universitario ‘più adatto ad una donna’.

Ma quali erano queste idee?

Con ‘Barbara McClintock – Il gene non è una cosa’, scritto da Barbara Bonora e da lei stessa interpretato, Terzadecade/L’aquila Signorina cerca di offrire una risposta comprensibile a questa domanda, percorrendo la biografia scientifica di questa genetista alla luce della sua fascinazione per la singolarità e la differenza.

Barbara-McClintock-In-The-Lab-1947La McClintock, che lavorò per tutta la vita sulla pianta del mais, amava concentrarsi su ciò che rende diversi tra di loro i singoli individui e diceva che il vizio peggiore degli scienziati è quello di stabilire modelli assoluti per poi scartare quello che non quadra, etichettandolo come un’aberrazione.   Secondo Barbara non si assisteva ad alcunchè di meccanicamente predeterminato nell’accrescimento di un essere vivente. Durante questo processo il genoma cellulare mostrava fenomeni di riarrangiamento e instabilità tali da rendere più utile concepirlo come un sistema dinamico sottoposto a forme di regolazione – attivabili anche in risposta a sfide ambientali – piuttosto che come causa invariante dei caratteri fenotipici di un organismo.

Durante gli anni ’40, Barbara identificò sperimentalmente un complesso di due elementi genetici funzionali la cui attività permetteva a frammenti cromosomici di spostarsi da un cromosoma all’altro, modificando l’ordinaria espressione genica. Fu l’esistenza di questi ‘elementi di controllo dell’espressione genica’, che Barbara presentò, nel 1951, al gotha della genetica riunito per il Simposio estivo di Cold Spring Harbor. Ottenendo il più clamoroso insuccesso della sua carriera.

Tra Barbara (apprezzata da tutti come la scienziata che nel 1931 aveva provato la corrispondenza fra scambio genetico e scambio cromosomico nella formazione dei gameti) e la platea dei suoi colleghi si frappose in quel momento, come un rebus impossibile da risolvere, tutta l’irriducibile diversità del suo mondo.   In pieno boom della genetica molecolare, Barbara aveva continuato a rompersi la testa su organismi superiori che impiegano un’anno intero per crescere e non si accorse di essere giunta a dominare la mole dei dati raccolti a prezzo di un’autentica simbiosi con le piante del suo campo, per le quali sapeva trovare un significato alle minime variazioni nel colore di semi e foglie e nelle cui cellule si orientava all’istante.   Chi, ed erano la maggior parte, si era ormai abituato ad avere a che fare con batteriofagi e batteri, non poteva più capirla.   Quello che diceva non rispondeva alle loro attese: affermare che i geni, abitualmente assimilati a una costellazione celeste intangibile e inattingibile, dovevano essere ‘controllati’, assomigliava a un’eresia.

In realtà Barbara aveva ragione: la regolazione genica è un processo delicato, essenziale e molto complesso che sta alla base dello sviluppo degli organismi. Anche se, va detto, lo spostamento di elementi genetici che si verifica nel fenomeno da lei scoperto (la ‘trasposizione’), non è tra i meccanismi implicati nel normale differenziamento cellulare (se si eccettua per i neuroni, dove sembra abbia un effettivo ruolo fisiologico). Non ci sono tuttavia dubbi sul fatto che McClintock avesse identificato correttamente nell’attivazione di elementi trasponibili una modalità di risposta ‘intelligente’, da parte degli organismi, a mutamenti significativi nel loro ambiente.  Una risposta misteriosa e, a volte, estrema. Coerente tanto con il dato che i TES o trasposoni sono implicati nella trasformazione tumorale, ma anche con l’ipotesi, appoggiata da Barbara, che l’Evoluzione sia un fenomeno di certo non ‘finalistico’, ma neppure governato dal mero caso. Com’è tuttora per i neo-darwinisti.

Dopo l’insuccesso del 1951 e per oltre 20 anni la dedizione di Barbara verso le delizie nascoste del suo campo di mais (che la fece vivere per mezzo secolo in una stanza della foresteria di Cold Spring Harbor, suo luogo di lavoro fin dal 1944) prese la forma di un lavoro quotidiano svolto ‘per il puro piacere di farlo’, al punto che non si abituò mai, nemmeno dopo la riscoperta delle sue tesi nel corso degli anni ’70, all’interesse di chi voleva saperne di più della sua vita.   Sembrava incapace di ritenere che potesse avere qualcosa di speciale.

Barbara-McClintock-Maize-Kernels-1951Questa circostanza, che si ritrova in tutte le testimonianze dirette, ci ha portati a concepire la spina dorsale di ‘Barbara McClintock – Il gene non è una cosa’ nella forma di una videointervista di fiction a un’immaginaria biografa della McClintock.   A lei è delegata la parte testuale che ripercorre le tappe salienti del percorso scientifico della genetista, a partire dallo spartiacque rappresentato dal Simposio del 1951, e le inserisce nel contesto dell’epoca, reso più vivo e presente da una doverosa ricognizione, quasi un microdocumentario, sulla scoperta della doppia elica (che contiene fra l’altro un eccezionale documento filmato in cui Watson e Crick discutono davanti a una birra per stabilire se la loro sia stata abilità o fortuna…) e sui portati profondi dell’assunzione ideologica che il processo biochimico che collegava DNA, RNA e proteine doveva essere unico e unidirezionale.

Il piano video, che scorre ininterrotto su grande schermo per l’intera durata dello spettacolo, cerca perciò in primo luogo, attraverso l’evidente emozione e agitazione dell’attrice che interpreta la biografa, di mostrare la sorpresa per un tesoro che viene ritrovato, il prendere forma di un punto di vista che si è confrontato a viso aperto con la varietà di forme e soluzioni mostrate dalla Natura.

Alla videointervista, la drammaturgia dello spettacolo alterna poi la lettura scenica dal vivo di alcuni brani in prima persona, che danno la parola alla stessa McClintock.  Questi testi sono stati in gran parte scritti partendo dalla sua Nobel Lecture e cercano di catturare la fierezza di una donna che, a 80 anni suonati, richiama tutti alla necessità, dopo l’accettazione del fenomeno dell’instabilità genetica, di un modo di avvicinarsi allo studio dei viventi che metta da parte ‘il nostro modo di pensare vecchia maniera’.

Barbara-McClintock-Receiving-Nobel-PrizeAffrontando la mimesi esclusivamente sul piano vocale e cercando per la scienziata una tonalità da anziana, Barbara Bonora segue il tenue filo emotivo dei ricordi di lei, sorretta dai tappeti musicali fatti di loops chitarristici e intermezzi di vibrafono disegnati al computer da Gabriele Argazzi (che ha anche curato l’intero editing delle immagini).   Il flusso di questo diario intimo, accompagnato da elaborazioni video che attingono al vasto patrimonio pubblico di foto di Barbara McClintock, viene innescato dalle parole pronunciate al banchetto del Nobel, procede toccando gli anni dedicati allo studio delle rotture cromosomiche presso l’Università del Missouri, attraversa la scoperta del complesso Ac/Ds (la ‘trasposizione’) e le riflessioni private sulle ragioni del proprio ostracismo, per approdare infine all’appello a raccogliere la sua eredità intellettuale, che conclude lo spettacolo.

Nella sezione ‘Downloads’ di questo sito sito sono a disposizione i materiali di approfondimento sullo spettacolo

Le Signorine