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LA FABBRICA TOTALE – dal cronometro il tempo scorre dentro all’anima

Tipologia della proposta:

videoracconti/videoletture teatrali + webinar

Modalità di fruizione: a distanza. In aula tramite vostro impianto LIM o direttamente da parte dei ragazzi tramite loro PC e dispositivi mobili

Ambiti tematici interdisciplinari:

  • teoria dell’organizzazione, psicologia, sociologia
  • educazione civica
  • storia
  • letteratura italiana contemporanea

Target e requisiti: adatto agli studenti di quarta e quinta del liceo classico, scientifico e delle scienze umane.

Disponibilità: i primi link alla piattaforma che ospiterà i materiali video, saranno resi disponibili alle scuole aderenti a partire da fine novembre 2020.  Il programma di video e letture qui proposte, verrà completato nei mesi seguenti dell’a.s. 2020/2021


Costo: Il costo del percorso “La fabbrica totale” ci può essere chiesto scrivendo a <terzadecade[at]gmail[dot]com>  Con l’acquisto i Docenti acquisiscono il diritto di utilizzare le risorse online anche in futuro.

IMPORTANTE: C’è la disponibilità ad aumentare le ore di webinar fino  a 3 (tre), senza costi aggiuntivi, MA per preservare il senso di questo strumento ed evitare riunioni inutilmente affollate poniamo un limite all’adesione a ciascun percorso nella misura di max 10 classi o 200 studenti per Scuola.  Per numeri maggiori concorderemo insieme ai Docenti un costo orario per le ore di webinar aggiuntive.


Piano orario: 9 ore ca. così suddivise:

  • 1 videoracconto originale, orientativamente suddiviso in due puntate, che ricostruisce il contesto dell’organizzazione scientifica del lavoro attraverso Taylor, il fordismo di Ford e quello della Fiat, fino all’ ‘anomalia’ olivettiana = 1 ora ca.
  • 3 gruppi di video/audioletture a puntate affidate ad attori professionisti; ciascun gruppo (o ciascuna puntata) introdotto, da una guida all’ascolto a cura dagli autori del progetto:

a) Il discorso e il silenzio

Letture scelte dai diari 1948 – 1958 di Ottiero Ottieri; pubblicati sotto il titolo di “La linea gotica” (Bompiani, 1963),

= 1 ora e 30 min ca. (puntate da 20/30 minuti)

b) Una goccia nel mare – L’Olivetti a Pozzuoli

Letture scelte dal romanzo “Donnarumma all’assalto” (Bompiani, 1959), di Ottiero Ottieri

= 2 ore ca. (puntate da 20/30 minuti)

c) La fabbrica era immobile, come una chiesa o un tribunale

Letture scelte dal romanzo “Memoriale” (Garzanti, 1962), di Paolo Volponi

= 2 ore e 30 minuti ca. (puntate da 20/30 minuti)

  • 2 webinar con gli autori delle ricerche e del percorso via Zoom o G-meet. Lo scopo è rispondere alle domande degli studenti, pervenute in anticipo via email rispetto alla data stabilita per il meeting= 1 + 1 ora ca. (estendibili fino a 3 ore totali).

Qualcosa in più sul significato del percorso scientifico, culturale e letterario che viene proposto:

Il libro Principles of Scientific Mànagement, pubblicato nel 1911 da Frederick Taylor, un ingegnere cresciuto nel clima razionalista di Philadelphia e diventato consulente di molte grandi fabbriche americane, è un sorta di manifesto della moderna tecnoscienza.

Il ‘taylorismo’, cioè l’applicazione all’organizzazione del lavoro e dell’impresa industriale del metodo delle scienze positive, ebbe una funzione non inferiore, per far entrare l’occidente nell’era della produzione di massa, alla coeva messa a punto del processo Haber-Bosch per produrre ammoniaca e fertilizzanti

L’obiettivo ‘etico’ dichiarato da Taylor era quello di eliminare gli sprechi e procedere verso la massima efficienza produttiva, che avrebbe portato benessere a tutti: agli operai, grazie a salari più elevati; agli imprenditori, per via dei maggiori profitti, e ai consumatori, in grado di acquistare più beni e a prezzi più bassi.

Quella di Taylor è la prima teoria del ‘processo produttivo’ ed è basata sull’operaio come ‘creatura biomeccanica’; parte di un sistema che ha la sua controparte nelle macchine e negli attrezzi. Un sistema da plasmare e regolare in modo scientifico. L’ufficio direttivo dell’azienda è ‘il cervello’ e le conoscenze operative in mano alle maestranze vanno classificate e comparate, per dedurne regole, leggi, formule. Ogni lavoro ha il suo operatore ideale e ogni compito affidato a mano umana ha una one best way, da determinare scomponendolo in elementi atomici, prima di restituirlo al lavoratore come gesti codificati e istruzioni. Seguirle permetterà all’operaio di ottenere il rendimento appropriato e di essere pagato di più. Unica molla che, secondo Taylor, può indurlo ad accettarle.

Morì abbastanza giovane Frederick Winslow Taylor; nel 1915, ma i suoi Principles trovarono terreno fertile.  La via da lui identificata per privare gli operai del loro know-how su metodi e ritmi di lavoro senza intaccare l’efficienza delle imprese, apparve come la chiave di volta per spezzare la solidarietà operaia e ridurre la conflittualità sindacale.

Fu Henry Ford, sebbene senza riconoscerlo, ad adottare la filosofia di Taylor col maggiore successo, rivoluzionando il mercato dell’auto USA e rendendo il ‘modello T’, nel corso degli anni 20, un bene accessibile a qualsiasi americano con un lavoro stabile.  La adottò, ma la estremizzò, privilegiando la macchina all’operaio e lasciando che fosse lei a dettare i tempi al lavoratore. Con Henry Ford nascono sia la catena di montaggio – quella parodizzata da Charlie Chaplin in “Tempi Moderni” – che la ‘fordite’; quella condizione di stress psico-fisico dovuta alla monotonia delle mansioni e ai ritmi frenetici, che si manifestava con sciatteria d’esecuzione, assenteismo e alti tassi di turnover.

La fabbrica fordista; la ‘fabbrica integrata’, estesa per decine di chilometri quadrati e organizzata secondo le modalità della produzione di massa, con i suoi immensi volumi, trasformava e spesso creava le comunità sociali di riferimento, venendo a costituirne il cuore pulsante.  Dettava abitudini e comportamenti, stili di vita e progetti individuali; diventava ‘cultura’, spesso di pari passo con la sperimentazione di servizi per i lavoratori, come l’assistenza medica, che non erano garantiti al di fuori della fabbrica. Questa istituzione totalizzante, da cui i sindacati erano esclusi, fidelizzava i suoi lavoratori distribuendo valori conformi a quelli della proprietà.

In Europa, dopo una penetrazione poco omogenea nel ventennio tra le due guerre –  fino al 1945 la FIAT, sebbene nel ’34 il fascismo l’avesse dichiarato illegale, applicò, ad esempio, il metodo Bedaux, basato sullo sveltimento dei tempi di lavoro, ma senza attuare modifiche gli impianti – le dottrine tayloristico-fordiste investirono le grandi aziende tra il 1948 e il 1951, col Piano Marshall. Il presupposto degli aiuti americani era che il mercato fosse inondato da prodotti standardizzati, in modo da innescare nuove abitudini di consumo e sterilizzare le tentazioni rivoluzionarie dei partiti vicini all’URSS. Ciò rappresentò per le imprese una forte spinta a razionalizzare le produzioni, per portarle ai livelli necessari.

I più significativi esempi italiani furono di nuovo la FIAT – che moltiplicò le linee a catena di montaggio su scale via via maggiori – e la Olivetti.  Adriano Olivetti, in particolare, intuì come il suo progressivo ampliarsi facesse della fabbrica un organismo da cui il territorio non poteva più prescindere. Occuparsi della condizione operaia, in un momento in cui si introducevano elementi ‘scientifici’ che la rendevano più dura, era decisivo per l’imprenditore che volesse accettare la sua responsabilità sociale.  Inaugurando a Pozzuoli, nel 1955, uno stabilimento di macchine da scrivere, Olivetti spiegò: «La fabbrica fu concepita sulla misura dell’uomo, perché trovasse nel suo ordinato posto di lavoro uno strumento di riscatto e non un congegno di sofferenza. Abbiamo voluto finestre basse, cortili aperti e alberi nel giardino, a escludere l’idea di una costrizione ostile».

La centralità della fabbrica nell’Italia del ‘boom economico’, che era anche centralità nel vissuto degli operai e delle operaie, che vi passavano gran parte della loro giornata e, quindi, delle loro famiglie, diede vita a un forte dibattito civile.  Tra gli intellettuali italiani ci fu chi si rifiutò di ‘entrare in fabbrica’ (Pratolini, Pasolini …), ma ce ne furono altri che si chiesero se l’industria come sistema non fosse in grado di creare nuovi rapporti umani o una nuova forma di felicità. E che, perciò, andasse analizzata e compresa fino in fondo.

Una parte di questi intellettuali si avvicinò ad Adriano Olivetti, che non solo desiderava confrontarsi, ma riteneva che gli uomini di idee fossero preziosi anche come uomini di impresa.  Leonardo Sinisgalli, Cesare Musatti, Furio Colombo, Geno Pampaloni, Franco Fortini, Paolo Volponi, Ottiero Ottieri vennero così assunti in Olivetti, con mansioni nella comunicazione piuttosto che nella selezione del personale.

Oggi appare strano – ed è uno dei motivi che ci spingono a proporre questo percorso tematico – che un grande industriale assumesse in fabbrica dei sociologi, degli psicoanalisti, dei poeti, dei giornalisti o degli scrittori, spesso di orientamento politico lontano dal suo e senza condizionarli nella loro libertà di parola in quello che era il loro ‘vero’ lavoro.  Ma Olivetti tentava di ‘umanizzare’ la fabbrica, e di sostenere un ceto intellettuale che accettasse di scansare le insidie della ‘torre d’avorio’, lavorando in prima persona per orientare verso il progresso una modernizzazione di cui l’industria era senza dubbio protagonista.  Un tentativo più simile a un interrogativo, dato che Adriano Olivetti sapeva che, nonostante le belle architetture delle sue ‘fabbriche di vetro’, le colonie estive, le biblioteche e il supporto psicologico, i rischi sanitari collegati al senso di alienazione dell’operaio-massa erano ineliminabili, mentre questi restava un soggetto sfuggente e muto.

Il lavoro è un’esperienza centrale nella vita di ognuno di noi – la Legge n. 92/19, istitutiva dell’insegnamento dell’educazione civica, parla espressamente, all’art. 4, di avvicinamento responsabile e consapevole degli  studenti  al  mondo del lavoro – più che un destino è un elemento che stabilisce il nostro posto nella società e ci inserisce in una rete di relazioni che in qualche modo ci determinano. Proprio per questo, e perché si insiste a parlare di ‘fine del lavoro’ (o di ‘fine dell’industria’, quando l’orizzonte più realistico è quello della ‘fine della finanza’), mentre in Costituzione resta scritto: «una Repubblica fondata sul lavoro», vogliamo offrire alle Scuole un percorso culturale che, accanto a una ricognizione documentata sull’origine storica di un concetto tecnologico come l’organizzazione del lavoro, affianchi le voci di due scrittori italiani che si sono alzate dal vivo del loro confronto diretto e quotidiano con la fabbrica; cercato, voluto. E se pure questo suona strano, insegna, invece, moltissimo.

Due scrittori, Ottiero Ottieri e Paolo Volponi, legati – coerentemente col senso del percorso – al mondo olivettiano (qualche anno dopo la morte di Adriano Olivetti, Volponi andò addirittura vicino a diventare amministratore delegato dell’azienda …) e che, forse proprio per questa ragione, adottano con naturalezza e senza schermi non più la terza persona tipica del naturalismo – e, soprattutto, del neorealismo italiano -, ma la narrazione omodiegetica.

Ottieri, seguendo la schema del diario autobiografico, sia in “Donnarumma all’assalto” che in “La linea gotica”; Volponi costruendo, con l’Albino Saluggia di “Memoriale”, un vero, indimenticabile, personaggio, che rappresenta forse il caso più riuscito di narratore ‘inaffidabile”, dopo lo Zeno Cosini del capolavoro di Italo Svevo.