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QUESTO MISTERO ELETTRONICO – Mario Tchou and beyond

Tipologia della proposta:

videoracconti/videoletture teatrali + webinar

Modalità di fruizione: a distanza. In aula tramite vostro impianto LIM o direttamente da parte dei ragazzi tramite loro PC e dispositivi mobili

Ambiti tematici interdisciplinari:

  • informatica, elettronica
  • educazione civica
  • storia
  • letteratura italiana contemporanea

Target e requisiti: adatto agli studenti di quarta e quinta del liceo classico, scientifico e delle scienze umane.

Disponibilità: i primi link alla piattaforma che ospiterà i materiali video, saranno resi disponibili alle scuole aderenti a partire da fine novembre 2020.  Il programma di video e letture qui proposte, verrà completato nei mesi seguenti dell’a.s. 2020/2021


Costo: Il costo del percorso “La fabbrica totale” ci può essere chiesto scrivendo a <terzadecade[at]gmail[dot]com>  Con l’acquisto i Docenti acquisiscono il diritto di utilizzare le risorse online anche in futuro.

IMPORTANTE: C’è la disponibilità ad aumentare le ore di webinar fino a 3 (tre), senza costi aggiuntivi, MA per preservare il senso di questo strumento ed evitare riunioni inutilmente affollate poniamo un limite all’adesione a ciascun percorso nella misura di max 10 classi o 200 studenti per Scuola.  Per numeri maggiori concorderemo insieme ai Docenti un costo orario per le ore di webinar aggiuntive.


Piano orario: 9 ore ca. così suddivise:

  • 1 videoracconto originale, suddiviso in 2 puntate, che delinea la figura di Mario Tchou e il tentativo fallito di traghettare l’Italia degli anni ‘50 nell’era dell’industria elettronica = 1 ora
  • 2 gruppi di video/audioletture a puntate affidate ad attori professionisti; ciascun gruppo (o ciascuna puntata) introdotto, da una guida all’ascolto a cura dagli autori del progetto:

a) «Forza, ingegnere, ci racconti». (I)

Letture scelte da “P 101” (Edizioni di Comunità, 2015); di Pier Giorgio Perotto

Lettura del racconto “Annibale Rama” di Paolo Volponi (1965, prima pubblicazione in “Racconti”, Einaudi 2017);

= 2 ore ca. (puntate da 25 minuti)

b) Letteratura generativa: sperimentazione o rivelazione ?

“Tape Mark 1” : Nanni Balestrini e l’Almanacco Letterario Bompiani del 1962;

Lettura del racconto “Il versificatore” (in “Storie naturali” – Einaudi, 1966), di Primo Levi;

Lettura dell’articolo “Lo scriba” (in “L’altrui mestiere”, Einaudi 1985), di Primo Levi;

Lettura di “Cibernetica e fantasmi” (in “Una pietra sopra”, Einaudi 1980), di Italo Calvino;

Lettura del racconto “Il filosofo meccanico universale di Absalon Amet” (in “La sinagoga degli iconoclasti”, Adelphi 1972), di Rodolfo Wilcock;

Letture scelte dal romanzo “Il pendolo di Foucault” (Bompiani, 1988), di Umberto Eco.

= 4 ore ca. (puntate dai 20 ai 45 minuti)

  • 2 webinar con gli autori delle ricerche e del percorso via Zoom o G-meet. Lo scopo è rispondere alle domande degli studenti, pervenute in anticipo via email rispetto alla data stabilita per il meeting = 1 + 1 ora ca. (estendibili a 3 ore totali).

Target e requisiti: adatto agli studenti di quarta e quinta del liceo classico, scientifico o delle scienze umane.

Qualcosa in più sul significato del percorso scientifico, culturale e letterario che viene proposto:

Il 9 novembre 1961 una grossa berlina Buick Skylark si schianta contro un camion nei pressi del casello di Santhià. A bordo un giovane ingegnere di origine cinese, Mario Tchou, e il suo autista. Che muoiono entrambi sul colpo.

Con la morte di Tchou in questo incidente automobilistico, a soli 37 anni e con quella, avvenuta l’anno precedente, di Adriano Olivetti, si conclude, di fatto, il sogno del grande imprenditore di Ivrea di creare un’industria dell’elettronica completamente italiana.

Mario Tchou, nato a Roma nel 1924, incarnava l’immagine del tecnico e manager votato all’innovazione e con un profilo internazionale. Figlio di un diplomatico della Repubblica Cinese, ma cattolico; geloso della propria identità di ‘uomo d’oriente’ e tuttavia ben inserito, fin da ragazzo, nella vita dei giovani liceali romani di buona famiglia, Mario s’era perfezionato in elettronica e in fisica a Washingon, diventando ricercatore e poi docente – sempre negli USA – in un campo, quello dei calcolatori, che era ancora del tutto pionieristico.

Adriano Olivetti lo incontrò a New York, nel 1954, e secondo la modalità empatica che l’aveva reso celebre tra gli imprenditori italiani, lo assunse all’istante, affidandogli la responsabilità tecnica di far nascere, nel perimetro di un’azienda che si occupava di macchine da calcolo per ufficio e macchine da scrivere, una divisione che arrivasse a sviluppare dei calcolatori elettronici rivolti a soddisfare le esigenze di calcolo degli enti scientifici, ma soprattutto (vero obiettivo di Olivetti) le necessità di elaborazione dati delle banche, delle assicurazioni e delle grandi imprese.

Un progetto ambizioso, perché si trattava di lanciare la sfida agli inglesi e, soprattutto agli statunitensi, che investivano nel settore cifre ingentissime, ritenute allora indispensabili per progettare e costruire elaboratori dalle dimensioni grandi quanto quelle di una palestra.

Senza timori reverenziali e sotto la guida di quel leader naturale che è Mario, in neppure cinque anni vissuti senza fiato, in una dimensione di creatività sfrenata, si passa da una prima collaborazione con l’Università di Pisa, al leggendario centro di ricerca della villa ottocentesca di Barbaricina – dove uomini in camice bianco che Mario stesso ha formato, raccogliendoli tra i laureati sedotti dal suo ‘mistero elettronico’, lavorano camminando in mezzo a cavi volanti ed eserciti di valvole –, alla creazione dei due mainframe prototipali a valvole Elea 9001 e 9002, fino alla sfida vinta di un calcolatore commerciale interamente a transistor: l’Elea 9003, che, nel 1959, viene messo in produzione nei nuovi impianti di Borgolombardo, nei pressi di Milano.

L’Elea 9003, che fu tra i primi calcolatori al mondo costruiti usando i transistor come interruttori e amplificatori di segnale (in luogo delle valvole termoioniche), lanciò la Olivetti, in modo del tutto inatteso, destando un’enorme impressione anche per il design che l’architetto Sottsass aveva conferito alla macchina, nell’olimpo delle aziende in gara verso il futuro dell’elaborazione digitale dell’informazione.

L’Italia non avrebbe più dovuto essere un paese che, al massimo, comprava computer dalla IBM o un luogo dove si assemblava tecnologia estera.  Su sollecitazione di Mario Tchou, il figlio di Adriano, Roberto Olivetti -messo alla guida della Divisione Elettronica- intuì come ci fosse bisogno di dotarsi di fabbriche per costruire componenti allo stato solido e diede vita, con la Telettra di Virgilio Floriani, alla Società Generale Semiconduttori, (oggi ST Microelectronics), dando un segnale di indipendenza e di forte competitività internazionale.

Scomparsi Mario e Adriano, tuttavia, la Olivetti restò senza una guida carismatica nel nuovo settore e con un forte debito per le acquisizioni industriali avviate dallo stesso Adriano negli Stati Uniti. Dopo pochi anni, l’intervento della Fiat e di Mediobanca, chiamate al ‘salvataggio’ dell’azienda, fu condizionato alla dismissione della Divisione Elettronica. Questa venne svenduta all’americana General Electric, che incamerò il know-how e i brevetti, mettendo così la parola fine all’Italia come potenziale paese leader nello sviluppo dell’elettronica.

La miopia di questa operazione, dettata da ignoranza e mancanza di visione, è testimoniata dal fatto che, nel disinteresse della nuova casa madre statunitense, gli ingegneri che si erano formati con Tchou riuscirono lo stesso, nel 1965, a ideare, costruire e far mettere in produzione quello che fu il primo calcolatore programmabile da tavolo della storia: la ‘Programma 101’.  Venduta in 44.000 esemplari in tutto il mondo sulla base di un puro passaparola fu usata perfino dai tecnici di Cape Canaveral per fare i calcoli che portarono l’uomo sulla Luna !

La storia di questo team di veri e propri ‘pirati’, guidati da Giorgio Perotto, che lavorarono nei ritagli di tempo, andando a caccia di  competenze e componenti nel dedalo della grande fabbrica di Ivrea, condannata dal ‘gruppo di intervento’ a occuparsi solo di meccanica, viene raccontata nel primo testo che useremo (“P 101”; un esempio di come certe storie attendano per decenni una sintesi compiuta, complice anche la pigrizia degli scrittori di professione) per avviare la parte letteraria di questo percorso; fatta di recitazione teatrale, ma anche di riflessioni e di commenti.

Una parte letteraria che vuole prima di tutto seguire le grandi aspettative che l’elettronica e i computer portarono nel mondo culturale italiano più sensibile fin dai tardi anni ‘50.   Filologi, poeti e scrittori cominciarono a interrogarsi su come poter applicare ai propri ambiti le prodigiose capacità di permutare e ricombinare unità di informazione che i computer potevano offrire per generare, se programmati opportunamente, inedite associazioni di segni, che portavano con sé immagini e significati costruiti in modo automatico.

Vennero fatte sperimentazioni di ‘letteratura generativa’ (come quelle di Nanni Balestrini) e gli umanisti furono chiamati a prendere posizione.  L’Almanacco Letterario Bompiani del 1962, tutto dedicato ai calcolatori, è un esempio eccellente del dibattito su una fantomatica “intelligenza artificiale letteraria”.

Un dibattito che ebbe esiti ironici e scanzonati, come in Primo Levi (“Il versificatore” …), ma anche accenti più problematici.

Italo Calvino (nel suo scritto “Cibernetica e fantasmi”) mise in discussione, in modo iconoclasta, la natura stessa dell’atto creativo. Nelle parole di Umberto Eco, perfettamente sovrapponibili al punto di vista calviniano: « …quella che chiamiamo creatività” è solo una combinatoria. La creatività dipende dal modo in cui qualcuno, avendo una struttura cerebrale diversa dagli altri, riesce a percorrere più rapidamente l’universo della combinatoria e a trovare la soluzione giusta. E’ un discorso che va esteso a tutta l’arte».

Lo stesso Eco approfondirà in senso etico e pessimistico queste riflessioni in “Il pendolo di Foucault”, del 1988.  Qui è il Personal Computer (introdotto sul mercato italiano nel 1983), il medium che permette di creare quell’enciclopedia di segni in cui ogni elemento può associarsi a ogni altro in nuovi testi.  La vertigine di questa catena inesauribile, fa scattare la molla che porta alcuni tra i protagonisti del romanzo a scivolare senza freni sul piano inclinato del gioco dell’interpretazione, precipitandoli della nevrosi:

“Qualsiasi dato diventa importante se è connesso a un altro. La connessione cambia la prospettiva. Induce a pensare che ogni parvenza del mondo, ogni voce, ogni parola scritta o detta non abbia il senso che appare, ma ci parli di un Segreto. Il criterio è semplice: sospettare, sospettare sempre”. (“Il Pendolo di Foucault”, pag. 300)

Seguendo questo criterio; sviluppata la “sindrome del sospetto” -osserva Umberto Eco in modo piano e logico, ma anche impressionante, in anni in cui Internet era agli albori e i social media non esistevano – diventa legittimo connettere tutto con tutto, e sconvolgere il rapporto tra causa ed effetto o tra passato e presente.

Sottolineiamo il valore per l’educazione civica declinata come cittadinanza digitale: art. 5 comma 1 della Legge n. 92/19   – di proporre ai ragazzi, in un percorso che parte dall’introduzione dell’elettronica in Italia, un dibattito su riflessioni come quelle di Eco.  Per aiutarli a guardare in modo critico una realtà aumentata informaticamente, che produce quasi da sé un flusso di suggestioni complottistiche e dietrologiche.  Depotenziando nello storytelling il concetto di verità storica e, con questo, le fondamenta del patto sociale su cui si basa il sentirsi cittadini.

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