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ROSALIND FRANKLIN NON HA MAI ‘COLLABORATO’ CON WATSON E CRICK (come invece sostengono Matthew Cobb e Nathaniel Comfort)

Grazie alla segnalazione di una Docente, siamo venuti a conoscenza di un articolo pubblicato sulla rivista ‘Nature’ il 25 aprile 2023 e che ha avuto un certo riscontro per via del punto di vista che sostiene riguardo alla vicenda della cristallografa Rosalind Franklin.

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L’articolo è uscito a firma dello zoologo Matthew Cobb e dello storico della medicina Nathaniel Comfort e si può leggere sul sito di ‘Nature’: https://www.nature.com/articles/d41586-023-01313-5

Un’interessante integrazione all’articolo è data da un’intervista di Tina Hesman Saey agli stessi autori (scaricabile a questo link: https://terzadecade.it/download/gli_occhiali_di_rosalind/27-Tina-Hesman-Saey-What-was-Rosalind-Franklins-true-role-in-the-discovery-of-DNAs-double-helix-2023.pdf) e che reca un sottotitolo intrigante: ‘Two researchers say that the chemist (cioè Rosalind Franklin) knowingly collaborated with Watson and Crick’.

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Cobb e Comfort collocano il loro pezzo nella cornice interpretativa secondo la quale sia la cordialità dei rapporti avuti da Rosalind Franklin con Watson e Crick negli anni precedenti alla malattia che la portò a morte prematura nel 1958, sia l’assenza di sue dichiarazioni circa l’attestazione dei due futuri premi Nobel di come le informazioni arrivate dal King’s fossero state indispensabili per il loro modello del DNA (decisamente generica nell’articolo con il modello del DNA del 25 aprile 1953*, un po’ più circostanziata, l’anno dopo, in un lavoro pubblicato sui Proceedings della Royal Society **), andrebbero intese come la prova indiretta di una sua sopraggiunta consapevolezza di quanto le connessioni tra lei, il suo collega al King’s College di Londra, Maurice Wilkins, e il team di Cambridge andassero in fondo inquadrate come una ‘collaborazione scientifica’ vera e propria.  Per Cobb e Comfort quelle informazioni avrebbero fatto parte di un flusso controllato, anche se informale, nella cornice dell’attacco in corso al problema DNA; un flusso che, per quanto con momenti magari burrascosi e talvolta ambigui, produsse una sinergia positiva, seppure non programmata, tra il King’s e il Cavendish. E la loro tesi forte è che Rosalind Franklin non abbia mai ostacolato questo flusso, ma che, anzi, lo abbia favorito.

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La suggestione che vuole che la Franklin avesse capito che una certa quota del suo lavoro cristallografico era finita nelle mani di Watson e Crick e che, a conti fatti, non l’avesse ritenuto un problema, è stata sostenuta (a molti anni di distanza dai fatti) anche da Raymond Gosling, che era stato suo assistente durante le ricerche fatte sul DNA nel 1951 e 1952. Tuttavia è certo che ‘i due gentiluomini di Cambridge’ furono sempre molto abili a non precisare mai quali fossero state state, nel dettaglio, le informazioni chiave di cui erano entrati in possesso. E a non accreditarle in nessun modo, secondo i canoni dovuti, ai ricercatori che avevano lavorato sul DNA al King’s di Londra.  Soprattutto alla Franklin.

Sir John Maddox, che è stato editor per la rivista ‘Nature’ per due decenni (dal 1966 al 1973 e dal 1980 to 1995), durante un’intervista per il documentario di PBS Nova “The secret of photo 51′ (2003), afferma:

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… the Crick and Watson paper (si riferisce all’articolo del 25 aprile 1953 su Nature …) doesn’t say in what particular respects they were indebted to Franklin for her work. They say, “We have been stimulated by a general knowledge of her work.” but in fact, they had particular knowledge of her work. And I, as an editor, would have smelled a rat at that

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D’altro canto, nel riferirsi al proprio modello negli anni che precedettero il Nobel, Watson e Crick non mancarono mai di sottolineare come il loro metodo ‘ipotetico e teoretico’ li avesse fatti viaggiare su un binario a sé stante e che tale flusso di pensieri fosse già ben avviato allorché certi elementi, in quel clima elettrizzato dalla competizione internazionale, erano stati captati dalle loro orecchie attente, contribuendo a tracciare la via.

Una persona come Rosalind, che per certo era in grado di riconoscere la bellezza oggettiva di quanto erano riusciti a fare, non può non aver pensato sinceramente che erano stati in gamba.

Anche se – di questo siamo convinti – solo DOPO l’uscita dell’articolo dell’aprile 1953.  E con la postilla, detta sul muso ai due ‘eroi’ con tutta la franchezza di cui lei era capace, che il loro modello a doppia elica del DNA era ben fatto ‘ma andava dimostrato’.

Cosa che, per la verità richiese diversi anni, come fa vedere un articolo interessante di Robert Olby: https://www.nature.com/articles/nature01397

Il nostro richiamarci alla pulizia morale della Franklin e al suo amore per la ricerca in sé (non dimentichiamo che accettò, su richiesta del Direttore dell’Istituto di Biofisica del King’s, John Randall, di rivedere l’articolo sul DNA da lei completato a marzo del 1953 per ‘Acta Cristallographica’, per trasformarlo in un primo set di conferme del modello di Watson e Crick, che ancora doveva uscire), e che ci sembra coerente con tutto quanto si conosce di lei, vale almeno quanto la supposizione di Cobb e Comfort che vi sia stata, da parte sua, un consapevole collaborazione con i due colleghi di Cambridge per quanto riguarda il DNA.

A detta di Cobb e Comfort, il loro punto di vista anti-ideologico cancellerebbe l’immagine di una Rosalind ‘solipsista’ (solipsismo, per quel che riguarda il suo periodo di lavoro sul DNA al King’s College, non certo voluto, almeno secondo le tante testimonianze raccolte dalle sue biografe), giovando così al pieno riconoscimento futuro del suo ruolo paritario nella scoperta del ‘segreto della Vita’.

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Il problema è che servirebbero prove storiche sensazionali per sostenere la tesi di una Franklin ‘rilassata’; che interagisce con tutti senza prevenzioni o sospetti, e la nostra opinione è che l’articolo di questi due ricercatori non contenga prove così salde.

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Entrando nei dettagli, la smoking gun numero uno di Cobb e Comfort sarebbe capace, a loro dire, di rendere irrilevante la circostanza – rivelata da James Watson in ‘The double helix’ (Atheneum Press, New York 1968) – secondo cui, nei primi giorni di febbraio 1953, Max Perutz (capo del Laboratorio Cristallografico del Cavendish di Cambridge) diede a Francis Crick un rapporto consegnato da Rosalind Franklin a dicembre del 1952 ad una commissione del Medical Research Council (di cui lui era membro) e contenente una vasta sintesi dei dati sperimentali che lei aveva ricavato sulla struttura del DNA.

Jim Watson, nel suo best-seller, allude al fatto che quel rapporto fosse confidenziale; Perutz nel 1969 ha scritto che non lo era – anche se non ha negato di aver commesso una leggerezza, e di non avere chiesto nè a Randall, nè a Rosalind, il permesso di farlo leggere a Crick – ma un po’ tutti gli storici sono concordi (compresi Cobb Comfort) nel ritenere che avere quei dati sia stato di cruciale importanza.

Insieme all’episodio connesso con il ‘fotogramma 51’ – il diffrattogramma della B-Form del DNA che Maurice Wilkins avrebbe mostrato a Watson, di straforo, il 30 gennaio 1953 – l’indebita circolazione del rapporto per il M.R.C. è una delle circostanze che ha spinto entrambe le biografe della Franklin – prima Anne Sayre (‘Rosalind Franklin and DNA’ – Norton, New York 1975), poi Brenda Maddox (‘The Dark Lady of DNA’ – HarperCollins, New York 2002) – a rivendicare la scorrettezza di Watson e Crick. Che quel rapporto ebbero in mano e che avrebbero deciso, deliberatamente, di non citarlo affatto nell’articolo del 25 aprile 1953 su ‘Nature’.

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Ebbene: secondo Cobb e Comfort sarebbe stata la stessa Franklin, di sua volontà e con spirito del tutto liberale, a indirizzare Crick verso Perutz affinchè questi potesse condividere con lui tutto quanto sapeva dei suoi dati (perciò ANCHE il rapporto per il M.R.C.).

Per avvalorare questa tesi davvero esplosiva, Cobb e Comfort estraggono dalla corrispondenza di Francis Crick una lettera inviatagli da Pauline Cowan del gennaio 1953 (la Cowan era una dottoranda di Crick al King’s di Londra ed era diventata amica dei coniugi Crick), dove la stessa avvertiva Francis che il 28 di quel mese si sarebbe tenuto un talk sul DNA da parte della Franklin e di Raymond Gosling.

Avendo sotto gli occhi il passo autografo della lettera, che lo stesso Matthew Cobb ha postato su X (lo riportiamo a questo link: https://terzadecade.it/download/gli_occhiali_di_rosalind/28-Excerpt-from-Pauline-Cowans-letter-to-Francis-Crick-ca.-middle-January-1953.pdf) siamo in grado di trascriverlo letteralmente:

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You may like to know there is to be a colloquium on D.N.A. on Jan 28 al 4.30, Kings College 27C. Given by Rosalind & Raymond. But they say that is mostly for a non crystallographic audience + that Perutz already knows more about it than they are likely to get across so you may not think it worthwhile coming

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Il fatto è che Cobb e Comfort, nel loro articolo, riportano il passaggio in un modo diverso !!!

Ecco come:

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… Indeed, a letter we have discovered from a King’s researcher, Pauline Cowan, written to Crick in January 1953, invites Crick to a talk by Franklin and Gosling, Who, Cowan continues, “say that it is mostly for a non-crystallographic audience + that Perutz already knows more about it than they are likely to get across so you may not think it worthwhile coming”.

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A noi pare che la lettera originale, traducendola in italiano, dica, letteralmente, questo:

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Forse ti interesserà sapere che ci sarà un talk sul D.N.A. il 28 gennaio alle 16.30, Kings College 27C. Tenuto da Rosalind e Raymond. Ma dicono che è soprattutto per un pubblico di non-cristallografi + che Perutz ne sa già più di quanto loro potranno verosimilmente comunicare, quindi potresti ritenere che non valga la pena di intervenire.

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Ora: ‘they say’ è impersonale e vale come: ‘dicono in giro’ o ‘si dice’.  Mettere al posto di ‘they say’ l’espressione ‘who … say’ (come fanno Cobb e Comfort) crea un riferimento personale alla coppia Rosalind/Raymond che è assente nella lettera della Cowan !!!  Quel ‘si dice’ viene trasformato da Cobb e Comfort in ‘che dicono’ e questo permette ai due autori di concludere che ‘Franklin seems to have assumed that Perutz would share his knowledge with Crick as part of the usual informal scientific exchange.’

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Il tutto ha l’aria di una forzatura sospetta, ma si può dimostrare che la cd. ‘prova’ di Cobb e Comfort è inconsistente anche nel merito. Utilizzando un’altra evidenza documentale disponibile da anni.

Esiste infatti un’altra lettera, scritta da Maurice Wilkins a Francis Crick venerdì 23 gennaio 1953 e riportata nell’articolo “The lost correspondence of Francis Crick”, scritto nel 2010 da Alexander Gann & Jan Witkowski su ‘Nature’ (https://www.nature.com/articles/467519a).  In quella lettera, che tratta vari argomenti, Wilkins accenna guardacaso al medesimo talk che la Franklin si preparava a tenere il 28 gennaio 1953 al King’s e a cui Pauline Cowan fa riferimento.

Gann e Witkowski puntualizzano che ‘… Rosalind was to summarize her data before handing over her materials to Wilkins and moving to J. D. Bernal’s group at Birkbeck College. Unsurprisingly, Watson and Crick wanted to attend; Wilkins struggles to explain why he has put them off. ‘.

Il brano della lettera in questione recita:

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There is also a silly muddle over Franklin’s talk here. I got a big notice saying it was internal only — just a discussion between colleagues who worked in the same lab. Then a lot of notices went round about the Colloquium & I took it for granted all had had the other note… I think that as the intention was to have it a private fight it would be best to keep it entirely so, as I said to Jim. It should be either public or private. Let’s have some talks afterwards when the air is a little clearer. I hope the smoke of witchcraft will soon be getting out of our eyes.

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Lo tradurremmo, liberamente, così:

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C’è poi un fraitendimento sciocco riguardo al talk della Franklin qui da noi. Io ho ricevuto un avviso grande così, che diceva che quel talk era solo interno; solo una discussione tra colleghi che hanno lavorato nel medesimo laboratorio. Poi hanno cominciato a circolare molti altri avvisi riguardo al ‘Colloquium’; con me che davo per scontato che tutti avessero già avuto l’altra nota… Io penso, dato che l’intenzione era di dargli la forma di un confronto privato, che sarebbe meglio mantenerlo tale del tutto, come ho detto a Jim (Watson … nota nostra). Dovrebbe essere o pubblico oppure privato. Facciamo che ne parliamo più avanti, quando l’aria sarà un po’ più limpida. Spero che presto il fumo della stregoneria si levi da davanti ai nostri occhi.

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In pratica Wilkins invita i due colleghi di Cambridge a NON presentarsi, perchè il talk della Franklin sarebbe avvenuto in un momento delicato e non era il caso di creare situazioni poco gestibili.

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Ci sembra incontestabile che la segnalazione fatta da una giovane dottoranda al suo supervisore e riportante voci di corridoio in merito al contenuto di quel talk – dicono che è soprattutto per un pubblico di non-cristallografi … – e al suo presunto carattere aperto abbia minor valore probatorio delle parole del Vicedirettore del King’s, che dice di aver ricevuto un avviso chiaro (si può immaginare da parte di John Randall, se non da parte della stessa Franklin) sul suo carattere privato e che (al contrario della dottoranda) sa benissimo su cosa il talk verterà: comunicazioni tecniche presentate ai colleghi di uno stesso team di ricerca (di cui la citata dottoranda non fa parte …) e in nessun modo per un pubblico di non-cristallografi.

Volendo sorvolare sulle forzature degli autori sui pronomi – che a nostro giudizio taglierebbero già la testa al toro – dalle parole di Wilkins non risulta affatto che il Colloquium del 28 gennaio 1953 fosse destinato ad avere quel carattere sciolto e informale che Cobb e Comfort vogliono accreditare. E rispetto al quale la loro ‘nuova’ e ‘collaborativa’ Rosalind Franklin, con disinvoltura, si sarebbe resa disponibile a girare con un cartello al collo a uso e consumo di un’amica di Crick, per segnalargli che quel pomeriggio avrebbe parlato per un pubblico di non cristallografi (e noi sappiamo – lo dice Wilkins – che NON sarebbe stato così …) e che Max Perutz conosceva gli altri dettagli. Potendosi quindi chiedere a lui, restando comodi al Cavendish.

Pauline Cowan non aveva alcuna licenza di ‘invitare’ (per usare la parola impiegata da Cobb e Comfort nel loro resoconto) nessuno a quel talk, e non si vede il motivo per cui Rosalind avrebbe dovuto, dato che Wilkins parla di un big advice ricevuto con tutta probabilità dai superiori, violare quell’avviso o contraddire sè stessa (nel caso in cui fosse stata lei a diramarlo). Addirittura dando informazioni a una persona estranea al suo team su chi fosse in possesso dei dettagli delle sue ricerche !  A noi sembra un tipo di incoerenza poco credibile per una ricercatrice professionista del suo livello e con il suo carattere.

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Piuttosto la lettera della Cowan suggerisce come al King’s ci fosse chi sapeva che Max Perutz disponeva di informazioni di prima mano sul lavoro della Franklin, e potremmo addirittura (considerando che il messaggio è del gennaio del 1953 e presumibilmente posteriore alle festività natalizie) ritenere che sia stata Pauline la ‘gola profonda’ che imbeccò Crick al riguardo.  Max Perutz, infatti, nella puntualizzazione da lui inviata a Nature nel 1969 riguardo al gesto che Watson gli attribuisce in ‘The double helix’ di aver dato a Crick il rapporto presentato da Rosalind al M.R.C., ammette di non ricordare chi l’avesse indirizzato da lui. “Maybe Wilkins“, scrive, ma potrebbe essersi trattato proprio di Pauline Cowan.

Non avendo, come sappiamo, ottenuto da Wilkins il permesso per assistere al talk della Franklin, Francis avrebbe raccolto il suggerimento presente nella lettera della sua dottoranda e sarebbe andato da Perutz per capire quanto ne sapesse davvero. Ottenendo, una volta sondato il terreno e aver saputo che il suo capo aveva quel rapporto del M.R.C., di poterlo vedere. Tutte ipotesi, si intende, ma non così illogiche, in questo clima di liberissime ricostruzioni dei fatti.

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Il secondo appiglio di cui Cobb e Comfort si servono per confermare – lo ripetiamo – la tesi secondo la quale Rosalind Franklin collaborò con Watson e Crick nel modo in cui abitualmente si collabora con colleghi impegnati in uno stesso ambito di ricerca, è la bozza di un articolo giornalistico trovato tra le carte di Rosalind e speditole il 22 maggio 1953 dalla sua autrice – la giornalista Joan Bruce della redazione londinese di Time Life International Magazine – per avere eventuali correzioni sulla parte scientifica (Cobb e Comfort lo suppongono ragionevolmente).

Nella bozza di articolo ritrovato da Cobb e Comfort – e che la Franklin si trovò davanti aprendo la lettera (su Time Life non uscì mai, ma lo si può leggere e scaricare in pdf a questo indirizzo https://wellcomecollection.org/works/shcsgsde/items?canvas=5c) – Joan Bruce, facendo riferimento a una conferenza tenuta da Sir. Lawrence Bragg (Direttore dell’Istituto Cavendish di Cambridge e ‘capo’ di Watson e Crick nei mesi cruciali tra il 1951 e il 1953) il 15 maggio 1953 al Guy’s Medical School di Londra, propone una ricostruzione del percorso che aveva da poco portato alla pubblicazione su ‘Nature’ di un modello ‘a doppia elica’ del DNA che Bragg aveva presentato come ‘eccitante’. Nella sua sintesi (che riporta anche dettagli tecnici) l’avventura scientifica che aveva portato a quel modello è presentata come una collaborazione tra il King’s College e il Cavendish, che si sarebbe svolta tramite la condivisione ‘from time to time’ di dati e punti di vista.

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Rammaricandosi del fatto che se l’articolo fosse uscito avrebbe contribuito a comunicare fin da subito gli eventi in un modo più corrispondente al vero, Cobb e Comfort scrivono che la bozza finì sepolta in un cassetto della scrivania della Bruce  ‘… perhaps because Franklin told Bruce that it needed an awful lot of work to get the science straight’ (anche se quel ‘perhaps’ chiede una bella dose di buona volontà per considerare quel che segue come la sola ipotesi possibile), ma fanno comunque intendere che Rosalind ne condivise l’impostazione o che, almeno, esso fosse stato scritto a partire da una conversazione avuta dalla giornalista con lei stessa.

E’ molto probabile che ci siano stati dei contatti tra la Bruce e la Franklin, e non si può escludere che le correzioni circa date e nomi fatte a penna sul dattiloscritto siano di pugno di Ross e non dell’autrice (non siamo esperti grafologi …), ma bisogna avere il coraggio di dire che non c’è nessunissima prova che Rosalind fosse d’accordo con l’articolo.  In generale non si vede come il fatto di avere, nel proprio archivio, lo scritto di un’altra persona (anche se lo si è annotato, correggendolo qua e là), comporti in sé e per sé l’adesione al suo contenuto !

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Per parte nostra, immaginiamo piuttosto la faccia che Rosalind deve aver fatto di fronte alla cronologia abbozzata dalla Bruce. Che, dapprima, vede i due Istituti lavorare separati, per intersecare poi man mano i reciproci risultati e confermarli infine in un brillante crescendo.

Sembra difficile che la Franklin potesse avvallare una simile ricostruzione, tutta improntata a un cavalleresco dispiego di cortesie, avendo in mente come, dopo il pasticcio del modello sbagliato del DNA (elica a tre filamenti; fosfati all’interno) realizzato da Watson e Crick, all’insaputa di tutti, a dicembre 1951, fosse stato ribadito minacciosamente dal loro Direttore e premio Nobel Sir Lawrence Bragg che ‘mai più’ avrebbero dovuto occuparsi di una ricerca il cui sviluppo spettava al King’s di Londra. Mentre era compito del Cavendish indagare la struttura delle proteine.

E’ strano che Comfort e Cobb non facciano riferimento a queste circostanze imbarazzanti, che avevano provocato l’ira di Bragg e l’irritazione di Wilkins, cui Crick si era rivolto (ci sono le lettere …) perché convincesse John Randall a parlare col suo omologo del Cavendish per fargli allargare le maglie di quel divieto. Cosa che Maurice, piccatissimo, si rifiutò di fare.

Piuttosto varrebbe la pena di ricordare come, tra le carte della Franklin, si trovi anche il ritaglio di un breve articolo pubblicato il 15 maggio 1953 dal londinese News Chronicle a firma di Ritchie Calder (data e fonte sono scritti in alto, a penna, e si può vedere quel ritaglio sulla stessa pagina web che contiene l’articolo della Bruce: https://wellcomecollection.org/works/shcsgsde/items?canvas=5c). Si tratta del lancio della conferenza che Lawrence Bragg si preparava a tenere quel pomeriggio alla Guy’s Medical School e in cui, scrive Calder, Bragg avrebbe presentato per la prima volta in pubblico un recente modello del DNA dalle straordinarie implicazioni biologiche.  Vi si specifica che il modello (in sintonia con quanto Joan Bruce scrive nella bozza di articolo inviato a Rosalind) era stato il frutto di un lavoro ‘in parallelo’ tra il King’s e il ‘suo’ Cavendish e, diligentemente, Calder riporta tutti gli attori in gioco: Bragg stesso, John Randall, Jim Watson, Francis Crick e Maurice Wilkins. Il nome di Rosalind non compare, e il fatto che lei abbia conservato l’articolo fa pensare che volesse averlo come esempio eccelso di riscrittura ex-post dei fatti.

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Branda Maddox, nel suo ‘The Dark Lady of DNA’, descrive come ben più che un’ipotesi che Lawrence Bragg e John Randall avessero creato insieme a tavolino la favola della ‘collaborazione’ tra i loro due Istituti, per mettere una toppa a una serie di circostanze sconvenienti connesse con la singolare ‘osmosi di informazioni’ che si era verificata tra Londra e Cambrige. Con l’implicito corollario per il quale, se fosse arrivato un Nobel, il King’s e il Cavendish se lo sarebbero spartito.

Quel che segue è quanto la Maddox dichiara nel documentario ‘The secret of photo 51’ (PBS Nova – 2003):

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Rosalind’s part in the great discovery was obscured by a series of maneuvers made behind her back. The thing is that Watson and Crick wanted to publish quickly to get ahead of Linus Pauling in California. But they were held back by the embarrassing fact that all the experimental work that had led to their great leaps of the imagination had been done at a rival institution, at King’s. And Rosalind’s data hadn’t been published.

e anche, riportato dalla voce narrante del documentario,

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According to Brenda Maddox, Bragg, of the Cavendish, and Randall, of King’s, approached the editors of Nature to engineer a solution. They agree to publish three articles within a single issue: Watson and Crick’s article first, Wilkins and his collaborator next, and last is Franklin and Gosling’s article. Its position at the end suggests Franklin’s findings merely confirm Watson and Crick’s model, instead of providing the essential data used to formulate it.

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Prestando fede alla ricostruzione della Maddox, il tentativo di Cobb e Comfort non costruisce affatto una nuova visione dei fatti, ma prova soltanto a legittimare – e con prove discutibili – la versione costruita ad arte da Bragg e Randall, per ricomporre mesi e mesi di scorrettezze, colpi bassi e fughe in avanti. E che restò quella ufficiale, giova ricordarlo sempre, finchè Jim Watson non pubblicò ‘The double helix’.

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Se questa ‘collaborazione’ tra i due Istituti – soprattutto quella della Franklin con Watson e Crick – fosse stata reale e non il frutto di mera invenzione istituzionale, non si vede perché James Watson, nel suo resoconto ‘franco e personale’ di quegli anni avrebbe dovuto sentire il bisogno di sottolineare, al di là dei commenti sessisti rivolti a Rosy (“clearly Rosy had to go or be put in her place” o anche “the best home for a feminist is in another person’s lab”), il suo personale sentimento competitivo verso di lei, verso il King’s, verso chiunque potesse intralciarlo nella sua (e di Crick) corsa verso il traguardo.

E’ un po’ strumentale, come fanno Cobb e Comfort nel loro articolo, considerare il libro di Watson, ogni volta in cui lo si trova comodo, come un ‘giallo scientifico’. In cui l’autore è preoccupato soprattutto di calcare la mano perchè sa che solo così ‘The double helix’ diventerà un libro di successo. Se quella di Cobb e Comfort fosse una percezione sovrapponibile a quella delle tante persone tirate in ballo in ‘The double helix’, non ci sarebbe stato da parte di Max Perutz, riguardo alla faccenda del famoso rapporto per il M.R.C., il faticoso lavorio di telefonate e di lettere (allo stesso Watson, ma anche a Randall e a Maurice Wilkins; il cui contentuto è riportato da Lynne Osman Elkin nell’articolo ‘Rosalind Franklin and the Double Helix’ uscito su ‘Physics Today’ nel 2003 https://pubs.aip.org/physicstoday/article/56/3/42/412288/Rosalind-Franklin-and-the-Double-HelixAlthough-she) che produsse le sue precisazioni, pubblicate il 27 giugno del 1969, sul numero 164 di ‘Nature’ con a fianco due note a cura di Wilkins e di Watson.

Quest’ultimo, in quella sede, lungi dal minimizzare come fiction il passaggio di ‘The double helix’ in cui spiega come venne a conoscenza di quel rapporto, fa un’osservazione sibillina e molto seria; che di per sé, ancora una volta, smentisce le narrazioni oversimplifying sull’aria leggera che si sarebbe respirata ovunque:

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Max Perutz’s implication that the King’s lab was generally open with all their data badly oversimplifies a situation which, in my book, I attempted to show, was highly complicated in very human ways.

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A prescindere dal giudizio sulla verosimiglianza storica del ‘romanzo’ di Watson, è, infine, un fatto che Francis Crick, dopo la pubblicazione nel 1975 della biografia della Franklin scritta da Anne Sayre, non sentì affatto l’urgenza di smentirne il contenuto, magari diffondendosi sull’atteggiamento aperto e collaborativo di Rosalind verso di lui e verso Jim nel caso del DNA, ma rimarcò in modo analitico la sua distanza professionale rispetto al lavoro della Franklin, collocando esplicitamente sè stesso su un piano di superiorità intellettuale. La citazione che segue è tratta dal suo articolo ‘How to live with a Golden Helix’ (‘The Sciences’ – New York Academy of Sciences, settembre 1979) e non riporta certo indietro l’orologio a una stagione di reciproci e rilassati scambi di idee:

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The major opposition Rosalind Franklin had to cope with was not from her scientific colleagues, nor even from King’s College, London (an Anglican foundation, it should be noted, and therefore inherently biased against women), but from her affluent, educated and sympathetic family who felt that scientific research was not the proper thing for a normal girl. Rosalind s difficulties and her failures were mainly of her own making. Underneath her brisk manner she was oversensitive and, ironically, too determined to be scientifically sound and to avoid shortcuts. She was rather too set on succeeding all by herself and rather too stubborn to accept advice easily from others, when it ran counter to her own ideas. She was proffered help, but she would not take it.

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Gabriele Argazzi e Barbara Bonora

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*) ‘…we’ve been stimulated by a knowledge of the general nature of the unpublished experimental results and ideas of Dr. M. H. F. Wilkins, Dr. R. E. Franklin and their co-workers at King’s College, London.‘

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**) ‘...The information reported in this section was very kindly reported to us prior to its publication by Drs Wilkins and Franklin. We are most heavily indebted in this respect to the King’s College Group, and we wish to point out that without this data the formulation of our structure would have been most unlikely, if not impossible. We should at the same time mention that the details of their X-ray photographs were not known to us, and that the formulation of the structure was largely the result of extensive model building in which the main effort was to find any structure which was stereochemically feasible‘ . Tuttavia, nota Lynne Osman Elkin nel suo articolo ‘Rosalind Franklin and the Double Helix’ (2003 – Physics Today) ‘ … even in that paper, their acknowledgment of Franklin is often ambiguous. Three of the four times they mention the importance of her data, they link it with mention of Wilkins’s data first in a way that suggests the two scientists’ contributions were of equal importance.’